Due donne uccise in appena ventiquattro ore, attirate con la promessa di un rapporto sessuale a pagamento e poi morte in un edificio abbandonato di Pollena Trocchia. È un quadro agghiacciante quello che emerge dall’ordinanza firmata dal gip del Tribunale di Nola Giusi Piscitelli nei confronti di Mario Landolfi, 49 anni, accusato degli omicidi di Hlyva Lyuba e Sara Tkacz, avvenuti tra il 16 e il 17 maggio scorso.
Davanti ai carabinieri l’uomo ha ammesso le proprie responsabilità, ma ha tentato di ridimensionare la portata delle accuse con parole che hanno suscitato indignazione: «Sì, è vero, ho ucciso quelle due donne. Ma non sono un mostro. Sono una persona generosa, un buon padre di famiglia».
Secondo la ricostruzione degli investigatori, coordinati dalla Procura di Nola guidata da Marco Del Gaudio e dal vice Giuseppe Cimmarotta, il presunto assassino avrebbe seguito in entrambi i casi lo stesso schema: l’adescamento delle vittime, il trasferimento in una struttura isolata e abbandonata, una lite nata dal pagamento della prestazione sessuale e infine l’aggressione mortale.
Per il gip non si sarebbe trattato di un raptus né di un gesto dettato dalla paura. Nell’ordinanza si parla infatti di «lite pretestuosa» usata per creare «una trappola mortale». Un impianto accusatorio che descrive una dinamica lucida e ripetuta, culminata nel gesto di spingere le donne nel vano ascensore situato al secondo piano dell’edificio, un’azione che – secondo il giudice – aveva inevitabilmente come conseguenza la morte.
L’indagato, difeso dall’avvocato Antonio Abete, ha sostenuto di aver reagito ad aggressioni subite dalle due donne. Una versione che però, allo stato delle indagini, non troverebbe riscontri. Gli investigatori contestano anche il racconto relativo a un presunto tentativo di recuperare il corpo della prima vittima dopo la caduta. Nessun testimone avrebbe visto esitazioni o tentativi concreti di soccorso.
Al contrario, il comportamento successivo ai delitti viene considerato un elemento pesante nell’ordinanza cautelare. Dopo il primo omicidio, secondo quanto ricostruito, Landolfi sarebbe andato tranquillamente al supermercato per poi rientrare a casa e trascorrere la serata con la famiglia. Lo stesso schema si sarebbe ripetuto il giorno successivo.
«Le vittime vengono trattate alla stregua di oggetti», scrive il gip, evidenziando l’assenza di rimorso e una freddezza ritenuta incompatibile con qualsiasi alterazione mentale. Per il giudice, infatti, non ci sono dubbi sulla capacità di intendere e di volere dell’uomo, che avrebbe «pianificato e reiterato l’azione in due giorni consecutivi con le medesime modalità esecutive».
L’ordinanza sottolinea inoltre la lucidità mostrata anche dopo i fatti: durante il sopralluogo, il presunto killer avrebbe osservato con attenzione i volti dei presenti per capire se qualcuno potesse riconoscerlo, mentre durante gli interrogatori avrebbe calibrato le ammissioni «per gradi», seguendo una precisa strategia difensiva.
Un dettaglio che per il gip confermerebbe «una spiccata e fredda capacità di pianificazione», incompatibile con la tesi della perdita di controllo sostenuta dall’indagato.
Il caso ha profondamente scosso l’area vesuviana e riacceso il dibattito sulla violenza contro le donne e sulla vulnerabilità delle persone costrette a vivere ai margini, spesso esposte a situazioni di grave pericolo senza alcuna protezione.










