• Redazione
  • Contatti
  • AD
  • I’m Napolitan
  • Accedi
venerdì, 16 Ottobre, 2026
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
Napolitan - Il nuovo modo di leggere Napoli

Il nuovo modo di leggere napoli

  • News
  • Cronaca
  • Arte & Spettacolo
  • Musica
  • Napolitan by Night
  • Non solo hobby
  • Foto
  • Da Sud a Sud
  • Fratelli d’Italia
  • Fenomeni Virali
  • News
  • Cronaca
  • Arte & Spettacolo
  • Musica
  • Napolitan by Night
  • Non solo hobby
  • Foto
  • Da Sud a Sud
  • Fratelli d’Italia
  • Fenomeni Virali
Napolitan - Il nuovo modo di leggere Napoli
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati

La lettera del “Cinese” a Marco De Micco: il pentito che chiese perdono al boss

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
12 Agosto, 2026
in Cronaca, In evidenza
0
Ponticelli: De Micco scatenati sui social prima e dopo l’omicidio Costanzo
Share on FacebookShare on Twitter

Domenico Esposito, detto “’o Cinese”, fu il primo affiliato del clan De Micco a scegliere la strada della collaborazione con la giustizia. Una decisione maturata, secondo la ricostruzione emersa dagli atti, dopo aver appreso di essere finito nel mirino dell’organizzazione. Poi quella lettera indirizzata al boss durante la permanenza in una località protetta: un documento che anni dopo sarebbe entrato in un’aula di tribunale per mettere in discussione la credibilità delle sue dichiarazioni.

Ci sono storie di camorra nelle quali il potere di un boss si misura non soltanto dalla capacità di comandare gli uomini che si trovano sul territorio, ma anche dalla paura che il suo nome continua a generare quando lui è lontano, detenuto e apparentemente impossibilitato a esercitare direttamente il proprio potere.

ADVERTISEMENT

Quella di Marco De Micco, il boss di Ponticelli conosciuto con il soprannome di “Bodo”, è anche una storia di questo tipo.

A raccontare quanto fosse forte il timore suscitato dal suo nome è un episodio che coinvolge Domenico Esposito, detto ’o Cinese, il primo affiliato del clan De Micco a collaborare con la giustizia. Le sue dichiarazioni hanno rappresentato negli anni una delle fonti utilizzate dagli investigatori per ricostruire la nascita e l’organizzazione del clan di Ponticelli, ma proprio la sua collaborazione sarebbe diventata, successivamente, terreno di scontro nei processi.

Al centro della vicenda finisce una lettera di scuse indirizzata proprio a De Micco.

“Mi hanno messo i vermicelli in testa”

Domenico Esposito aveva deciso di collaborare con lo Stato e si trovava già in una località protetta in provincia di Milano quando scoprì che Marco De Micco si trovava ai domiciliari a pochi chilometri dalla sua abitazione.

La notizia avrebbe alimentato la sua paura. Il collaboratore avrebbe quindi scritto direttamente al boss, cercando di spiegare le ragioni che lo avevano portato a pentirsi e chiedendo il suo perdono.

Nella missiva avrebbe sostenuto che gli erano state messe in testa informazioni false, utilizzando l’espressione “mi hanno messo i vermicelli in testa”, e avrebbe spiegato di essere stato convinto che il clan volesse eliminarlo.

Il riferimento, secondo quanto riportato nelle ricostruzioni processuali, sarebbe stato anche alle informazioni ricevute da altri affiliati, che gli avrebbero fatto credere di essere finito nella lista delle persone di cui il gruppo voleva sbarazzarsi. A quel punto, per Esposito, il pentimento sarebbe diventato una scelta dettata dalla necessità di salvarsi la vita.

Dal clan alla collaborazione con lo Stato

La decisione di parlare con i magistrati aveva segnato una frattura definitiva con il mondo criminale nel quale Esposito aveva militato.

Le sue dichiarazioni avrebbero consentito agli investigatori di ricostruire numerosi aspetti dell’organizzazione De Micco, dalle dinamiche interne ai rapporti con altri gruppi criminali, fino agli affari legati al traffico di droga, dall’assetto organizzativo del clan ai canali di approvvigionamento degli stupefacenti, ma la scelta di diventare collaboratore di giustizia non significava soltanto rompere con il proprio passato, ma anche entrare in un sistema di protezione e accettare una vita completamente diversa, lontana dal quartiere, dalla famiglia e dalle persone conosciute e soprattutto significava sapere che il proprio nome sarebbe finito negli atti giudiziari e che le dichiarazioni rese contro gli ex compagni sarebbero state sottoposte al vaglio dei magistrati e delle difese.

La paura quando scopre la presenza di De Micco

È proprio in questo contesto che assume particolare rilievo la vicenda della lettera. Esposito, già protetto lontano da Napoli, avrebbe appreso che De Micco si trovava ai domiciliari nelle vicinanze della sua abitazione.

La circostanza lo avrebbe spaventato e anziché rivolgersi immediatamente agli organismi preposti alla protezione dei collaboratori di giustizia, Esposito avrebbe scelto di scrivere direttamente a De Micco, nel tentativo di spiegare il proprio comportamento.

Una decisione apparentemente paradossale: l’uomo che aveva scelto di affidarsi allo Stato per prendere le distanze dal clan tornava a utilizzare il linguaggio e i codici del mondo criminale dal quale aveva cercato di uscire.

Una lettera di scuse, una richiesta di comprensione, la spiegazione del proprio tradimento e l’invito a distruggere la missiva dopo averla letta.

Quella lettera arriva in tribunale

Invece, quella lettera, ha ricoperto un ruolo cruciale in sede processuale.

I legali di De Micco l’avrebbero utilizzata per mettere in discussione l’attendibilità delle dichiarazioni rese da Esposito come collaboratore di giustizia, sostenendo che il contenuto della lettera avrebbe potuto incidere sulla valutazione delle sue accuse: è uno dei passaggi più controversi della vicenda giudiziaria.

Da una parte ci sono le dichiarazioni del collaboratore, utilizzate per ricostruire la struttura e le attività del clan, dall’altra c’è un documento scritto dallo stesso Esposito nel quale, rivolgendosi direttamente a De Micco, sembra prendere le distanze dalla scelta di collaborare e cercare una sorta di riavvicinamento.

Il “Cinese” e le rivelazioni sul clan

Domenico Esposito è stato indicato come il primo collaboratore di giustizia del clan De Micco.

Le sue dichiarazioni hanno contribuito alla ricostruzione investigativa dell’ascesa del gruppo criminale a Ponticelli, anche nel passaggio che portò alla nascita del cosiddetto “clan dei tatuati”, organizzazione che avrebbe progressivamente conquistato spazio nel quartiere dopo la dissoluzione del clan Sarno.

Nel corso delle sue deposizioni avrebbe raccontato anche dettagli relativi al traffico di droga e ai rapporti tra diversi gruppi della criminalità organizzata napoletana. Una delle dichiarazioni più note riportate dalla stampa riguarda proprio l’approvvigionamento di stupefacenti, con il riferimento a “Genny ‘a carogna”, ultras del Napoli.

Le sue parole hanno quindi rappresentato, per gli investigatori, una fonte importante per entrare dentro le dinamiche del clan, ma proprio il suo ruolo di collaboratore avrebbe reso ogni sua dichiarazione oggetto di un confronto serrato nelle aule giudiziarie.

Il carcere e il 41 bis

Nel frattempo, la storia giudiziaria di Marco De Micco è proseguita attraverso arresti, processi e diversi regimi detentivi.

Il boss è stato sottoposto anche al 41 bis, il regime detentivo destinato ai detenuti ritenuti in grado di mantenere collegamenti con l’organizzazione criminale di appartenenza anche durante la detenzione.

Il passaggio a un regime di massima sicurezza rappresenta, sul piano giudiziario e penitenziario, un salto significativo nelle restrizioni imposte al detenuto.

Una lettera che racconta la forza del vincolo criminale

A prescindere dal valore processuale, quella missiva racconta qualcosa di più difficile da fotografare: la forza del vincolo psicologico che può sopravvivere alla rottura con un’organizzazione criminale.

Esposito aveva scelto di collaborare con lo Stato, aveva raccontato ciò che sapeva, aveva accettato di entrare nel programma di protezione, ma quando aveva saputo della presenza di De Micco vicino alla sua abitazione, la sua reazione sarebbe stata quella di rivolgersi proprio all’uomo dal quale aveva cercato di prendere le distanze.

È una contraddizione solo apparente se si considera quanto profondi possano essere i meccanismi di paura, obbedienza e appartenenza costruiti all’interno delle organizzazioni mafiose.

Due versioni della stessa storia

Oggi quella lettera può essere letta da due prospettive differenti.

Per l’accusa, le dichiarazioni di un collaboratore devono essere valutate insieme agli altri elementi raccolti nel corso delle indagini.

Per la difesa di De Micco, invece, quella missiva rappresenta un elemento capace di sollevare interrogativi sulla credibilità di Esposito.

La giustizia ha il compito di stabilire quale peso attribuire a ciascun elemento.

Ciò che rimane, sul piano umano e criminale, è la fotografia di una relazione ormai spezzata, ma ancora capace di generare paura.

Un boss lontano migliaia di chilometri, un ex affiliato nascosto in una località protetta e una lettera partita da una casa sotto protezione e indirizzata proprio a quell’uomo che il mittente aveva contribuito a portare davanti alla giustizia.

Una lettera che avrebbe dovuto essere distrutta.

E che invece, anni dopo, è diventata un documento al centro di una battaglia processuale sulla credibilità di un pentito.

Tags: 41 bisbodocamorracamorra napoliclan de miccoclan dei bodocollaboratore di giustiziacronaca Napolidomenico espositomarco de micconapoli esto cinesepentitoponticelli
ADVERTISEMENT
Prec.

Ferragosto in strada, a Napoli l’anguriata di Progetto Arca per chi è solo e senza dimora

Succ.

13 agosto, Giornata internazionale dei mancini: quando essere diversi significava dover imparare a vivere “al contrario”

Può interessarti

Fausto Lamparelli si insedia come questore di Napoli. Le priorità tra camorra, sicurezza e violenza sulle donne
Cronaca

Napoli, controlli ad Alto Impatto tra Barra, Ponticelli e San Giovanni: droga, pistola e munizioni sequestrate

16 Ottobre, 2026
Questura di Napoli, arriva Fausto Lamparelli
In evidenza

Fausto Lamparelli si insedia come questore di Napoli. Le priorità tra camorra, sicurezza e violenza sulle donne

16 Ottobre, 2026
Maradona annuncia l’arrivo sulla panchina dei Dorados, la stampa i scaglia contro di lui: “si curi”
Cronaca

Processo morte Maradona, l’avvocato delle figlie: «È stato assassinato a sangue freddo»

15 Ottobre, 2026
Ponticelli: gli ex De Micco furono costretti dai clan alleati a rinnegare la precedente affiliazione bruciando i tatuaggi
Cronaca

Giuseppe Borriello, alias “Chupa Chups”: dal blitz del 2017 alla latitanza, la storia del fedelissimo dei “Bodo”

15 Ottobre, 2026
Ponticelli, la denuncia dei cittadini: “furti anche in via Alfieri”
Cronaca

Ponticelli, controlli in tre attività commerciali: multe per oltre 20mila euro tra abusi edilizi e lavoro irregolare

15 Ottobre, 2026
San Giovanni a Teduccio, maxi sequestro di droga: oltre 20 chili di stupefacenti, 6.300 euro in contanti e una pistola rubata
Cronaca

San Giovanni a Teduccio, maxi sequestro di droga: oltre 20 chili di stupefacenti, 6.300 euro in contanti e una pistola rubata

15 Ottobre, 2026
Succ.
13 agosto, Giornata internazionale dei mancini: quando essere diversi significava dover imparare a vivere “al contrario”

13 agosto, Giornata internazionale dei mancini: quando essere diversi significava dover imparare a vivere “al contrario”

Ultimi Articoli

Fausto Lamparelli si insedia come questore di Napoli. Le priorità tra camorra, sicurezza e violenza sulle donne

Napoli, controlli ad Alto Impatto tra Barra, Ponticelli e San Giovanni: droga, pistola e munizioni sequestrate

di Redazione Napolitan
16 Ottobre, 2026
0

Dalle sostanze stupefacenti nascoste nelle abitazioni alle munizioni occultate tra i medicinali, fino a una pistola trovata nel vano ascensore...

Questura di Napoli, arriva Fausto Lamparelli

Fausto Lamparelli si insedia come questore di Napoli. Le priorità tra camorra, sicurezza e violenza sulle donne

di Redazione Napolitan
16 Ottobre, 2026
0

Nato a Benevento, 63 anni, in Polizia dal 1990, Lamparelli arriva a Napoli dopo aver guidato la Questura di Firenze,...

Pagamenti senza contanti, la Campania guida la classifica italiana del Buy Now Pay Later 

Pagamenti senza contanti, la Campania guida la classifica italiana del Buy Now Pay Later 

di Redazione Napolitan
16 Ottobre, 2026
0

Se c'è una regione che sta riscrivendo il modo in cui gli italiani pagano, è la Campania. Non per la...

Maradona annuncia l’arrivo sulla panchina dei Dorados, la stampa i scaglia contro di lui: “si curi”

Processo morte Maradona, l’avvocato delle figlie: «È stato assassinato a sangue freddo»

di Redazione Napolitan
15 Ottobre, 2026
0

«Diego è stato assassinato a sangue freddo». È l'accusa pronunciata dall'avvocato Fernando Burlando, legale di Dalma e Gianinna Maradona, nell'arringa conclusiva delle parti civili al processo sulla morte di Diego Armando Maradona, in corso a San Isidro, nell'area metropolitana di Buenos Aires. Il legale ha chiesto una condanna a 15 anni di carcere per il neurochirurgo Leopoldo Luque, medico personale dell'ex fuoriclasse argentino, accusato insieme ad altri professionisti sanitari di responsabilità nella gestione delle sue condizioni di salute durante il ricovero domiciliare che precedette la morte, avvenuta il 25 novembre 2020. L'intervento di Burlando, durato oltre tre ore, ha segnato una delle fasi più intense della conclusione delle arringhe delle parti civili. L'avvocato ha sostenuto che le prove emerse nel dibattimento confermerebbero la tesi secondo cui la morte del campione avrebbe potuto essere evitata. Si tratta della posizione accusatoria della parte civile: le responsabilità penali degli imputati devono essere accertate dal tribunale.  Le richieste di condanna: nel mirino l'intero staff sanitario Nel corso dell'arringa, l'avvocato Fernando Burlando ha chiesto 15 anni di carcere per il neurochirurgo Leopoldo Luque, medico personale di Maradona, e 12 anni per Nancy Forlini, coordinatrice dell'assistenza sanitaria domiciliare. Per la psichiatra Agustina Cosachov la richiesta è di 10 anni, mentre per lo psicologo Carlos Díaz il legale ha invocato una pena di cinque anni. Infine, ha chiesto quattro anni di reclusione ciascuno per l'infermiere Ricardo Almirón e per Mariano Perroni, responsabile degli infermieri. Le contestazioni comprendono, secondo le posizioni accusatorie, l'omicidio semplice con dolo eventuale per alcuni imputati e l'omicidio colposo per altri. Per il medico clinico Pedro Di Spagna, invece, Burlando ha chiesto l'assoluzione, in linea con la posizione già espressa dalla pubblica accusa.  Le richieste formulate dalla parte civile non sono condanne già pronunciate: spetterà ai giudici valutare le prove e accertare le eventuali responsabilità penali dei singoli imputati. La distinzione giuridica è importante. Il dolo eventuale presuppone, in termini generali, che una persona si rappresenti la possibilità che la propria condotta provochi un evento mortale e ne accetti il rischio. La colpa, invece, riguarda una condotta negligente, imprudente o imperita, senza quella forma di accettazione del rischio. Le pene richieste da Burlando sono quelle invocate dalla parte civile e non costituiscono condanne già pronunciate. Anche la qualificazione giuridica dei fatti resta sottoposta alla valutazione dei giudici. «Il suo corpo chiedeva aiuto»: le accuse sulle cure domiciliari Al centro della requisitoria c'è la gestione delle condizioni cliniche di Maradona nelle settimane precedenti la morte. Il campione era stato sottoposto a un intervento chirurgico per un ematoma subdurale e, successivamente, era stato trasferito in un'abitazione privata per proseguire la convalescenza. Secondo la ricostruzione sostenuta dall'accusa e dalle parti civili, durante l'assistenza domiciliare sarebbero stati trascurati segnali e sintomi che avrebbero richiesto un controllo medico più rigoroso e, potenzialmente, un nuovo ricovero ospedaliero. Burlando ha attaccato duramente le condizioni dell'abitazione nella quale Maradona trascorse gli ultimi giorni, sostenendo che fosse inadeguata a garantire un'assistenza proporzionata alla fragilità del paziente. «Il corpo di Diego chiedeva aiuto, ma l'indifferenza è stata brutale», ha dichiarato il legale. Ha inoltre sostenuto che Maradona fosse arrivato vivo in quella casa e che i professionisti incaricati di seguirlo avessero ignorato segnali clinici che avrebbero dovuto destare preoccupazione.  La tesi delle parti civili è che non si sia trattato soltanto di una successione di errori nell'assistenza, ma di condotte e omissioni che avrebbero contribuito alla morte dell'ex calciatore. Sarà il tribunale a stabilire se le prove raccolte consentano di attribuire ai singoli imputati le responsabilità contestate. La morte del Pibe de Oro e il processo a San Isidro Diego Armando Maradona è morto il 25 novembre 2020, a 60 anni, mentre si trovava in convalescenza dopo l'intervento neurochirurgico. La morte, attribuita a un edema polmonare acuto associato a un'insufficienza cardiaca, ha dato origine a un'indagine sulle modalità dell'assistenza ricevuta negli ultimi giorni. Il processo mira a chiarire se i professionisti che avevano in cura l'ex campione abbiano agito correttamente e se eventuali negligenze abbiano avuto un ruolo determinante nel decesso. Il procedimento in corso a San Isidro è il secondo tentativo processuale dopo che il primo processo era stato annullato nel 2025 a seguito dello scandalo legato alla partecipazione di una giudice a un progetto documentaristico sul caso, circostanza che aveva compromesso la regolarità del dibattimento. Nelle settimane precedenti alle arringhe delle parti civili, anche la pubblica accusa aveva chiesto pene detentive per diversi componenti dello staff sanitario, pur con richieste differenti rispetto a quelle formulate da Burlando.  Un processo che cerca di stabilire chi avrebbe potuto salvarlo...

Facebook Twitter Youtube
  • Redazione
  • Contatti
  • Privacy and Cookie Policy
  • AD
Napolitan è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Nola n.° 9 del 23/12/2014. Iscrizione al Registro degli Operatori per la Comunicazione n. 24695

© 2022 Napolitan.it | Tutti i diritti riservati

Bentornato!

Accedi al tuo account

Hai dimenticato la password?

Recupera la tua password

Inserisci il tuo nome utente o email per recuperare la password

Accedi
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
  • News
  • Cronaca
  • Arte & Spettacolo
  • Musica
  • Napolitan by Night
  • Non solo hobby
  • Foto
  • Da Sud a Sud
  • Fratelli d’Italia
  • Fenomeni Virali

© 2022 Napolitan.it | Tutti i diritti riservati

Vuoi sbloccare questo post?
Contenuti da sbloccare rimanenti. : 0
Sei sicuro che vuoi cancellare questo abbonamento?