Dopo la confessione del giovane cronista vicentino, accusato di aver inscenato l’attentato incendiario contro la propria abitazione, il parroco del Parco Verde apre alla possibilità di un percorso di recupero lontano da Caivano. «Ho apprezzato che Adriano abbia ammesso le proprie colpe e scritto la lettera di scuse. Ora la giustizia farà il suo corso».
La storia di Adriano Cappellari è arrivata a un punto che, soltanto poche settimane fa, sarebbe stato difficile immaginare.
Il giovane cronista vicentino, che aveva denunciato minacce e un attentato incendiario contro la propria abitazione a Enego, ha ammesso di aver costruito lui stesso quella messinscena. La Procura di Vicenza lo aveva già iscritto nel registro degli indagati per incendio, calunnia, simulazione di reato, procurato allarme e truffa ai danni di un ente pubblico. Secondo gli investigatori, avrebbe acquistato online il materiale utilizzato per l’attentato e avrebbe realizzato anche la lettera minatoria nella quale comparivano riferimenti a se stesso, a don Maurizio Patriciello e alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Ora, dopo la confessione e la lettera di scuse, arriva la presa di posizione di don Maurizio Patriciello, che con Cappellari aveva costruito un rapporto personale.
Il sacerdote non chiude la porta. Ma pone una distanza precisa: non Caivano.
«Siamo pronti ad accoglierlo, ma non a Caivano»
«Siamo pronti ad accogliere Adriano Cappellari, ma non a Caivano», ha spiegato don Patriciello. Il sacerdote ha raccontato di essersi già messo in contatto con alcuni confratelli siciliani che sarebbero disponibili a offrirgli un’opportunità all’interno di una comunità.
Una scelta motivata dalla delicatezza della situazione.
«A Caivano non penso sia il caso che venga, è il luogo meno indicato per lui», ha detto il parroco, spiegando che nel territorio del Parco Verde è in corso un lavoro importante sulla legalità e che il suo ritorno potrebbe risultare controproducente sia per il giovane sia per la comunità.
Non è, dunque, una porta chiusa, ma un percorso dirottato in un contesto più consono, tenendo conto della situazione particolarmente delicata e complessa.
Da vittima di un attentato a indagato
Per comprendere la portata del ribaltamento bisogna tornare alla notte del 30 maggio 2026.
Cappellari aveva denunciato un attentato incendiario davanti alla propria abitazione di Enego. Sul posto erano intervenuti carabinieri e vigili del fuoco. Davanti alla casa erano state trovate bombolette di gas, materiale infiammabile e una lettera contenente minacce.
La vicenda aveva immediatamente assunto una dimensione nazionale perché nella lettera comparivano anche i nomi di don Patriciello e Giorgia Meloni.
Il giovane cronista era noto per i suoi articoli sulla criminalità e per la vicinanza al sacerdote anticamorra. Aveva incontrato Patriciello prima a Enego e successivamente, il 9 marzo 2026, era stato con lui a Caivano, dove avevano anche scattato una fotografia nella chiesa del Parco Verde.
Dopo l’attentato, Cappellari aveva ricevuto solidarietà politica e istituzionale. La presidente del Consiglio aveva definito l’episodio un attacco alla libertà di stampa e di informazione, mentre le autorità avevano rafforzato le misure di protezione nei suoi confronti.
Poi l’inchiesta ha cambiato completamente prospettiva.
Le indagini e la svolta
Gli investigatori hanno ricostruito gli acquisti effettuati online dal giovane e individuato elementi ritenuti incompatibili con la sua versione dei fatti.
Secondo la Procura di Vicenza, Cappellari avrebbe acquistato cartucce di gas butano/propano e bottiglie di alcol etilico denaturato, materiali poi utilizzati per realizzare l’incendio. Anche la lettera minatoria sarebbe stata scritta da lui.
Le immagini delle telecamere e gli accertamenti sugli acquisti hanno contribuito alla ricostruzione investigativa che ha portato alla perquisizione della sua abitazione e all’iscrizione nel registro degli indagati.
A quel punto la storia del giovane cronista minacciato ha assunto un significato completamente diverso e anche per don Patriciello è arrivato uno dei passaggi più difficili.
«Ho sofferto molto per questa storia»
Il sacerdote non nasconde la delusione. «Ho sofferto molto per questa storia», ha raccontato, ricordando di aver imparato a voler bene a quel ragazzo che, a soli 21 anni, era finito al centro di una vicenda che aveva fatto scattare anche misure di protezione. «Non mi sarei mai immaginato che potesse orchestrare una messinscena del genere», ha aggiunto.
Parole che raccontano soprattutto il rapporto umano che si era creato tra i due, ma alla delusione segue una posizione altrettanto netta sulla responsabilità.
Per don Patriciello, quanto accaduto è «di una gravità inaudita» e Cappellari dovrà rispondere delle proprie azioni. La giustizia, ha sottolineato, deve fare il suo corso.
La lettera di scuse
Nel frattempo Cappellari ha scritto una lettera di scuse nella quale ha riconosciuto la gravità di quanto accaduto e manifestato la volontà di assumersi le proprie responsabilità.
Don Patriciello dice di averla letta attentamente e considera importante il fatto che il giovane abbia scelto di ammettere le proprie colpe, ma la confessione non cancella ciò che è accaduto, perché quella messinscena aveva prodotto conseguenze reali: aveva mobilitato forze dell’ordine, alimentato l’allarme, coinvolto istituzioni e personalità pubbliche e riportato ancora una volta sotto i riflettori il tema della sicurezza dei giornalisti impegnati nel raccontare territori difficili.
«Abbiamo il dovere di rimetterlo in carreggiata»
È qui che il messaggio di don Patriciello assume un significato diverso dalla semplice solidarietà.
Il sacerdote non parla di impunità, ma di recupero.
«Se gli sarà data la possibilità di riparare i miei confratelli saranno lieti di coinvolgerlo. Adriano deve sapere che noi ci siamo», ha detto.
L’idea è quella di offrire al giovane un contesto nel quale confrontarsi con le conseguenze delle proprie azioni e provare a ricostruire il proprio percorso, ma lontano da Caivano.
«Abbiamo il dovere di rimettere in carreggiata Adriano», ha spiegato il sacerdote.
Perché la Sicilia
La proposta di coinvolgere una comunità siciliana nasce proprio dalla volontà di creare una distanza dall’ambiente nel quale la vicenda è maturata.
Non come fuga dalle responsabilità, ma come possibile occasione di ripartenza.
La Sicilia, in questo senso, potrebbe diventare per Cappellari il luogo di un percorso di confronto e recupero, qualora la magistratura e le condizioni giuridiche lo consentano.
La vicenda resta naturalmente nelle mani della giustizia: l’ammissione delle proprie responsabilità non sostituisce il procedimento penale né anticipa il suo esito.
Una storia che ha cambiato tutti i suoi protagonisti
La storia di Cappellari ha attraversato in pochi mesi più dimensioni: la paura, la solidarietà, la sicurezza dei giornalisti, il rapporto tra informazione e social, fino alla scoperta di una messinscena costruita proprio da chi aveva denunciato di esserne vittima.
Per don Patriciello, però, il finale non deve necessariamente essere la condanna sociale definitiva di un ragazzo di 21 anni.
«Come tanti giovani, è stato vittima della smania di apparire sui social», ha detto il sacerdote, aggiungendo che ammettere e chiedere scusa era la strada da intraprendere.
Caivano, invece, deve continuare il proprio percorso senza diventare lo sfondo di una nuova fase della vicenda.
Perché accogliere non significa dimenticare. Perdonare non significa cancellare le responsabilità. E offrire una possibilità non significa negare il danno provocato.
Significa, semmai, provare a trasformare una storia cominciata con una menzogna in un’occasione concreta per tornare alla verità e stavolta, senza riflettori da inseguire.











