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Ponticelli, il nuovo cartello e il racket al ristoratore: la storia dell’inchiesta che svelò la strategia del terrore

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
9 Agosto, 2026
in Cronaca, In evidenza
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Si continua a sparare a Napoli Est: l’omicidio Musella smonta la retorica della “sicurezza”
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Un’inchiesta che inizia con una richiesta apparentemente “semplice”: 500 euro come regalo di Pasqua. Prosegue con una pretesa da 10mila euro, con minacce di morte, pressioni sulla famiglia, tentativi di far ritirare la denuncia e con l’ombra di un nuovo asse criminale capace, secondo l’ipotesi investigativa, di unire gruppi di Ponticelli, Barra e San Giovanni a Teduccio.

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Al centro della vicenda c’è Giovanni Festa, ristoratore di Volla e titolare della braceria Amore Carnale. La sua denuncia, presentata nella primavera del 2023, avrebbe consentito agli investigatori di ricostruire un pezzo degli equilibri criminali di Napoli Est e di intervenire, il 9 agosto 2023, con una serie di arresti.

L’inchiesta descrisse agli investigatori quello che venne definito un possibile “nuovo cartello criminale”, composto da esponenti riconducibili ai clan De Micco-De Martino, Aprea e Mazzarella. La stessa Direzione Investigativa Antimafia ha successivamente richiamato negli atti parlamentari l’ipotesi dell’“embrione di un nuovo cartello” emersa da quell’indagine. 

Dalla richiesta di 500 euro al pizzo da 10mila

La vicenda prende forma durante la Pasqua del 2023.

Dopo aver chiuso il ristorante, Festa avrebbe incontrato il cugino Christian Alberto, che gli avrebbe riferito di andare da Giovanni Prisco, esponente riconducibile agli Aprea, per consegnargli un “regalo” di 500 euro.

Il ristoratore non accettò.

Quella che inizialmente appariva come una richiesta circoscritta si trasformò, secondo la denuncia e gli atti investigativi, in una pretesa molto più pesante: 10mila euro da portare a Ponticelli. 

A quel punto Festa cercò una mediazione rivolgendosi ad Aldo Sartori, persona che conosceva da tempo e legata da vincoli familiari ad Antonio Nocerino, detto “Brodino”.

La risposta avrebbe confermato l’esistenza di una frattura ormai più ampia del semplice rapporto tra estorsori e vittima.

Secondo la ricostruzione investigativa, Sartori avrebbe riferito a Festa che quelli di Ponticelli avevano preso una “ripicca” e che avrebbe potuto tentare di ridurre la richiesta a 5mila euro, ma la mediazione non avrebbe fermato le pressioni.

«A Barra abbiamo fatto una sola cosa con Ponticelli»

È una delle frasi diventate centrali nella ricostruzione dell’inchiesta.

Secondo quanto riferito agli investigatori, Giovanni Prisco avrebbe spiegato alla famiglia Festa: «A Barra abbiamo fatto una sola cosa con Ponticelli».

Per la Procura e il gip, quella frase rappresentava un elemento indicativo di una collaborazione criminale più ampia.

Il quadro investigativo delineava infatti una convergenza tra gli Aprea di Barra, i De Micco-De Martino di Ponticelli e i Mazzarella di San Giovanni a Teduccio. Il gip parlò di un patto di cooperazione che avrebbe potuto modificare gli equilibri criminali dei due quartieri. 

La posta in gioco non era soltanto il controllo delle piazze di spaccio. C’era anche il territorio economico: negozi, attività commerciali, imprese e ristoranti.

Il racket diventava così uno strumento per affermare concretamente il potere.

Il ristoratore non paga e denuncia

Festa non pagò e soprattutto denunciò.

La sua scelta fece scattare un’indagine condotta dalla DDA di Napoli con il coinvolgimento di Carabinieri e Polizia di Stato. Gli investigatori documentarono, secondo gli atti, non soltanto la richiesta estorsiva rivolta al ristoratore, ma anche altri episodi e i successivi tentativi di costringere alcune vittime a tornare sui propri passi. 

Il livello di allarme divenne particolarmente elevato quando emerse il timore che la vittima potesse essere uccisa proprio perché aveva denunciato.

Fu questo uno dei motivi che portarono gli inquirenti a considerare la misura cautelare di particolare urgenza: impedire che le minacce potessero trasformarsi in un’aggressione ancora più grave e, contemporaneamente, impedire al nuovo cartello di consolidare il proprio controllo. 

Il blitz del 9 agosto 2023

All’alba del 9 agosto 2023 scattò il blitz.

Furono eseguite nove misure cautelari in carcere nei confronti di Cristian Alberto, Giuseppe De Martino, Salvatore De Martino, Salvatore De Micco, Gianluca Di Paola, Mario Noto, Giovanni Prisco, Bartolo Zuccoia e Germano Iavarone.

Altri destinatari della misura non furono inizialmente rintracciati e vennero successivamente catturati. La DIA ha ricostruito negli atti parlamentari anche le successive catture degli indagati inizialmente sfuggiti all’esecuzione. 

Le accuse comprendevano, a vario titolo, tentata estorsione, intralcio alla giustizia, detenzione e porto di arma da fuoco, con l’aggravante del metodo mafioso e della finalità di agevolazione delle attività dei sodalizi criminali. 

La strategia dopo la stagione del sangue

L’aspetto più inquietante dell’inchiesta non riguardava soltanto il singolo episodio estorsivo.

Gli investigatori lessero quelle condotte dentro una fase di profonda trasformazione degli equilibri di Napoli Est.

Dopo anni caratterizzati da scontri, omicidi e contrapposizioni tra gruppi rivali, l’ipotesi investigativa era quella di una nuova fase: meno guerra aperta e più gestione condivisa degli affari criminali.

Il controllo del territorio poteva essere esercitato attraverso alleanze, estorsioni e intimidazioni.

Il messaggio, in questa prospettiva, era semplice: chi lavora e produce deve pagare, chi non paga deve avere paura e chi denuncia deve essere costretto a ritrattare.

La braceria chiusa dopo la denuncia e gli arresti

La vicenda giudiziaria ebbe però una conseguenza che nessuna sentenza può cancellare facilmente: Giovanni Festa perse la sua attività.

Amore Carnale era una braceria conosciuta e frequentata, Festa aveva acquisito la gestione insieme a un socio nel 2022 e nel gennaio 2023 aveva assunto il controllo dell’intera società. Dopo l’esplosione del caso giudiziario, però, il locale finì al centro delle cronache, il nome dell’attività venne associato alle minacce, al racket e al possibile intervento di un commando e i clienti iniziarono a disertare il ristorante.

Quello che prima era un locale frequentato si trasformò progressivamente in un’attività difficile da sostenere. Festa raccontò di essere stato costretto a lasciare la braceria, rimanendo anche con i debiti legati all’attività. 

È uno degli aspetti più amari della vicenda: la denuncia che contribuì a far scattare l’inchiesta non restituì al ristoratore ciò che aveva perso.

«Mi chiamavano infame»

Festa ha raccontato anche il prezzo sociale della sua scelta.

Non soltanto la paura per sé e per la propria famiglia, ma anche il peso dell’etichetta di chi, in un ambiente dominato dall’omertà, decide di parlare.

«Nel quartiere vengo definito “un infame” perché non ho pagato e ho denunciato», raccontò dopo la vicenda. 

Una frase che fotografa uno dei meccanismi più perversi del potere mafioso: la vittima viene trasformata in colpevole, mentre chi estorce pretende di essere considerato intoccabile.

L’epilogo giudiziario: nove condanne e due assoluzioni

La vicenda giudiziaria nata dalla denuncia di Giovanni Festa è arrivata a un primo importante epilogo con nove condanne per complessivi 40 anni e 8 mesi di reclusione. Gli imputati erano chiamati a rispondere, a vario titolo, di tentata estorsione e minacce aggravate dal metodo mafioso.

Le pene inflitte sono:

  • Cristian Alberto: 5 anni e 4 mesi;
  • Giovanni Prisco: 5 anni e 4 mesi;
  • Umberto Dello Iacolo: 5 anni;
  • Giuseppe De Martino: 5 anni;
  • Salvatore De Martino: 5 anni;
  • Germano Iavarone: 5 anni;
  • Mario Noto: 5 anni;
  • Bartolo Zuccoia: 5 anni;
  • Salvatore De Micco: 2 anni.

Il procedimento ha però restituito anche due importanti assoluzioni. Gianluca Di Paola e Gesualdo Sartori sono stati assolti con formula piena per non aver commesso il fatto.

Particolarmente significativo è l’esito relativo a Gesualdo Sartori, figura che nelle prime fasi dell’inchiesta era stata considerata vicina al contesto criminale oggetto delle indagini e che era stata coinvolta anche per aver messo a disposizione la propria abitazione. La sua assoluzione ha escluso, dunque, la responsabilità penale per i fatti contestati in questo procedimento.

L’assoluzione di Sartori assume un peso particolare anche alla luce di ciò che accadde nei mesi successivi. Dopo la sua scarcerazione, nel maggio 2024, nell’area di Napoli Est furono organizzati festeggiamenti con fuochi d’artificio e banchetti, mentre sui social comparvero numerosi messaggi celebrativi. Immagini che contribuirono ad alimentare l’attenzione sugli equilibri criminali tra San Giovanni a Teduccio, Ponticelli e Barra, ma che non possono essere utilizzate per attribuire responsabilità penali escluse dalla sentenza.

La scarcerazione e il messaggio del potere

Nel maggio 2024 la scarcerazione di Sartori venne accompagnata da festeggiamenti e immagini diffuse sui social negli ambienti familiari e di riferimento del clan D’Amico-Mazzarella. La festa, con fuochi d’artificio e banchetti, fu raccontata anche come una forma di ostentazione del ritorno alla libertà di una figura considerata centrale negli equilibri criminali dell’area. 

Quelle immagini raccontavano molto di più di un semplice trionfo giudiziario: la capacità dei clan di trasformare persino un ritorno alla libertà in una dimostrazione pubblica di forza.

Una denuncia che ha cambiato la vita della vittima

Giovanni Festa aveva acquistato e gestito la braceria “Amore Carnale” di Volla, un’attività che prima delle minacce funzionava e che rappresentava il suo investimento professionale e quello della sua famiglia. Dopo il rifiuto di pagare il denaro richiesto e la decisione di denunciare, la sua vita è cambiata.

Il locale finì sulle pagine dei giornali, il timore di possibili ritorsioni allontanò i clienti e l’attività, ormai associata alle vicende del racket, perse progressivamente valore. Festa fu costretto a lasciare la braceria, rimanendo con i debiti e trasformandosi da imprenditore in dipendente.

La sua denuncia, tuttavia, contribuì a far emergere un sistema estorsivo che, secondo la ricostruzione investigativa, coinvolgeva soggetti riconducibili a Aprea, De Micco-De Martino e Mazzarella e che puntava a rafforzare il controllo criminale su una porzione strategica della periferia orientale.

Ed è proprio questo il paradosso più doloroso della vicenda: la giustizia è arrivata a condannare diversi dei suoi estorsori, ma non ha potuto restituire a Giovanni ciò che il racket gli aveva portato via.

Ha perso un’attività, ha accumulato debiti, ha modificato le abitudini della propria famiglia e ha raccontato di aver dovuto affrontare anche il peso dello stigma sociale.

Eppure non ha mai considerato un errore quella denuncia.

La sua storia dimostra che il racket non si limita a chiedere denaro: quando entra nella vita di un imprenditore, può portargli via il lavoro, la serenità, la sicurezza e persino il futuro che aveva immaginato per la propria famiglia.

Giovanni ha perso la sua braceria, gli estorsori hanno perso la loro impunità e tra queste due realtà resta la domanda più importante: quanto deve costare, a una vittima, il coraggio di denunciare?

La vicenda di Amore Carnale è diventata così qualcosa di più della storia di un’estorsione.

È la storia di un imprenditore che aveva investito denaro in un’attività, aveva costruito il proprio lavoro e aveva deciso di non piegarsi a una richiesta di denaro e ha denunciato.

E quella denuncia ha consentito agli investigatori di aprire una finestra su un sistema che, secondo l’accusa, stava cercando di consolidarsi attraverso alleanze tra gruppi criminali, racket e intimidazioni, ma Giovanni ha pagato un prezzo altissimo.

Ha perso il ristorante, ha raccontato di aver dovuto cambiare le abitudini della propria famiglia e persino le scuole della figlia per sentirsi più sicuro, ha continuato a convivere con l’ansia.

Eppure, quando gli è stato chiesto se avrebbe denunciato ancora, la sua risposta è stata netta: sì.

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