Adriano Cappellari rompe il silenzio e, dopo aver ammesso di aver simulato l’attentato incendiario che per settimane aveva fatto parlare l’Italia, affida a una lunga lettera le sue scuse pubbliche.
Il giovane cronista vicentino, indagato dalla Procura di Vicenza per incendio, calunnia, simulazione di reato continuata, procurato allarme e truffa ai danni dello Stato, ha consegnato il documento al pubblico ministero Alessia Grenna nel corso dell’interrogatorio durato circa due ore.
La vicenda aveva suscitato grande clamore dopo che Cappellari aveva denunciato un attentato incendiario contro la propria abitazione di Enego, collegandolo al suo impegno giornalistico e alla vicinanza con don Maurizio Patriciello. Le indagini dei carabinieri, però, hanno portato a una ricostruzione completamente diversa: secondo gli investigatori sarebbe stato lui stesso a organizzare il falso attentato e a scrivere anche le lettere minatorie indirizzate a sé, a don Patriciello e alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
La lettera di scuse
Nel documento, Cappellari riconosce la gravità di quanto accaduto e si assume la responsabilità delle proprie azioni.
«Sono qui oggi perché sento il dovere di chiedere scusa.»
Il giovane si rivolge innanzitutto alle persone che gli erano state vicine: «Molti mi hanno creduto, mi hanno difeso e hanno sofferto insieme a me. A tutti loro chiedo sinceramente perdono, perché ho tradito la loro fiducia.»
Le scuse vengono estese anche alla famiglia, agli amici, alla comunità di Enego, alle istituzioni e alle forze dell’ordine: «Chiedo scusa anche alla mia famiglia, agli amici, alla comunità del mio paese, alle istituzioni, alle Forze dell’Ordine e a tutti coloro che, a causa del mio comportamento, sono stati coinvolti in una vicenda che non avrei mai dovuto creare.»
Nella lettera Cappellari afferma di non voler cercare attenuanti: «Non cerco giustificazioni. Quello che è accaduto è grave e ne sono pienamente consapevole.»
Racconta di essere stato travolto da un momento di forte disagio personale, aggravato dal clima di tensione vissuto durante la campagna elettorale nel suo paese.
«Mi sono lasciato sopraffare dalle emozioni, dalla paura e da un profondo disagio personale. Ho perso lucidità e ho compiuto un gesto senza rendermi realmente conto delle conseguenze.»
«Sono pronto a pagare»
Uno dei passaggi più significativi della lettera riguarda il rapporto con la giustizia.
Cappellari annuncia la volontà di collaborare pienamente con la magistratura e di affrontare il procedimento senza sottrarsi alle proprie responsabilità. «Affronterò il percorso che mi attende con senso di responsabilità, accettando le decisioni che verranno assunte. So che dovrò pagare per gli errori che ho commesso ed è giusto che sia così.»
La disponibilità ad aiutare don Patriciello
Il cronista dedica uno dei passaggi finali proprio a don Maurizio Patriciello, il parroco del Parco Verde di Caivano che, dopo l’esplosione del caso, aveva scelto di rivolgergli parole di perdono invitandolo però a raccontare tutta la verità.
Nella lettera Cappellari scrive: «Ho espresso la mia disponibilità a mettermi al servizio di don Patriciello e delle iniziative che vorrà indicarmi, nella speranza di poter dare un piccolo contributo concreto a favore della legalità e di chi vive situazioni difficili.»
Aggiunge però di essere consapevole che questo non cancellerà quanto accaduto.
L’ultima richiesta
Il documento si chiude con un’ammissione di grande amarezza.
«So che sarà difficile recuperare la fiducia delle persone. Forse per qualcuno non sarà mai possibile. Non pretendo comprensione né indulgenza.»
Infine l’auspicio: «Spero che il tempo, il rispetto delle regole e il mio impegno possano consentirmi, un giorno, di ricostruire la mia vita e di riconquistare almeno una parte della fiducia che oggi ho perduto.»
La vicenda resta ora nelle mani della magistratura, chiamata ad accertare le responsabilità penali del giovane cronista. Sul piano umano, invece, la lettera rappresenta il primo tentativo di confrontarsi con una storia che ha scosso il mondo dell’informazione, coinvolto istituzioni, forze dell’ordine e figure simbolo della lotta alla criminalità come don Maurizio Patriciello.










