L’estate targata 2024, tra le strade della periferia orientale di Napoli, in particolare a Ponticelli, si rivelò particolarmente arroventata e non solo per effetto delle temperature proibitive. Diversi arresti e scarcerazioni eccellenti favorirono una serie di fibrillazioni che ben presto si rivelarono destinate a mutare gli equilibri criminali, dentro e fuori le fila del clan che deteneva il controllo degli affari illeciti: i De Micco-De Martino.
Nei mesi precedenti, Giovanni Braccia, figura apicale del clan De Martino, nonché cugino dei D’Amico del rione Conocal e di San Giovanni a Teduccio, aveva progressivamente preso le distanze dalla malavita, avvicinandosi al lavoro della giornalista Luciana Esposito, diventando una delle fonti più preziose e attendibili a supporto del suo lavoro. Braccia era in grado di fornire una mole notevole di informazioni, anche in tempo reale, come la segnalazione che diede il via all’indagine che ha poi fatto scattare le manette per il boss dei De Micco Fabio Riccardi, e tre membri del braccio armato del clan: Giuseppe Perrella, Romualdo Amitrano e Alessio La Volla. Gli ultimi tre sono stati condannati al termine del processo celebrato con il rito abbreviato, mentre Fabio Riccardi è stato assolto dalle accuse, al culmine del rito ordinario.
Un sequestro che giunge al culmine di una serie di segnalazioni che nei giorni precedenti Braccia aveva inoltrato alla giornalista e che ricostruivano uno scenario ben preciso: “Francesco De Martino è stato di nuovo trasferito perché in Sardegna ha incrociato Chernobyl (Salvatore Ercolani, marito di Annunziata D’Amico) e si è chiamato il divieto di incontro. Lo stesso Donna Lina (Carmela Ricci, moglie di Francesco De Martino) è stata trasferita, perché ha incrociato “la cipolla” (Anna Scarallo, ex moglie del boss Antonio D’Amico) e si è chiamata il divieto di incontro. Salvatore XX (Salvatore De Martino, ultimo dei tre figli di Francesco De Martino e Carmela Ricci) è stato pestato ancora una volta per ordine del cinese.“
In sostanza, secondo quanto riferito da Braccia, i coniugi De Martino temevano per la loro incolumità, dopo aver incrociato parenti diretti della donna-boss uccisa nel rione Conocal di Ponticelli nel 2015: per quell’omicidio è stato condannato all’ergastolo Antonio De Martino, il primogenito della coppia. Scenario diverso, invece, quello che si era configurato nel carcere dove era recluso il figlio minore del boss Francesco De Martino, vittima di diverse rappresaglie da parte di alcune figure apicali del clan rivale per espresso ordine di Francesco Audino alias ‘o cinese, figura al vertice del clan De Luca Bossa. Un dettaglio, quest’ultimo, che Braccia fornisce alla giornalista nei giorni precedenti al sequestro del fratello di Audino.
La mattina del 28 agosto, infatti, Braccia contatta la direttrice di “Napolitan” per raccontare quanto accaduto la sera precedente: “proprio in questo momento sono venuto a sapere che ieri sera Fabiolino, Genny e altre sei persone hanno prelevato e picchiato Renato Audino in un bar di Cercola. Lui è l’unico della famiglia che lavora, fa il fabbro. Gli hanno riferito che vogliono parlare con il cinese e stasera ci sarà la videochiamata tra loro. Tutto questo parte sicuramente dal pestaggio di Salvatore “XX”. Mi dia cinque minuti e le faccio sapere anche il bar. Fatelo pedinare perché entro stasera c’è l’incontro per la telefonata tra bodo e cinese, il cellulare lo tiene il fratello Renato.”
Poco dopo, Braccia consente alla giornalista di localizzare il bar dove è stato prelevato il fratello di Audino, facendo quindi in modo che, di conseguenza, i carabinieri potessero acquisire le immagini delle videocamere e avviare tempestivamente le indagini che poi hanno portato all’arresto di quattro persone due mesi dopo.
Inoltre, Braccia fornì anche elementi utili a ricostruire lo scenario in cui era maturato quell’episodio particolarmente violento: “Lo stano facendo sempre e solo per Antonio XX. Il boss ogni mese porta le mesate: duemila euro dal cognato di Francesco De Martino, in più manda regali tre volta all’anno ad Antonio XX. I De Micco oltre a temere un possibile pentimento degli XX, anche se è una finta alleanza, agli occhi degli altri clan che sanno che XX sono Bodo e un qualsiasi affronto ad un loro alleato loro lo gestiscono per mantenere lo status di clan più forte e aggressivo per essere sempre temuti. Non possono far capire che il clan si sta sgretolando dall’interno.”
L’ex braccio destro di Francesco De Martino spiega, quindi, che i De Micco si sarebbero adoperati per sedare le liti in carcere con l’intento di evitare di incrinare i rapporti con i cosiddetti “XX”, in quanto ne temono il possibile pentimento e per questa ragione provvederebbero generosamente al loro mantenimento in carcere. Inoltre, Braccia aggiunge che i De Micco si erano adoperati per risolvere quella questione anche per non rischiare di perdere credibilità ed autorevolezza agli occhi degli altri clan.
Il 29 agosto Braccia aggiunge un altro elemento utile a ricostruire lo scenario: “ieri c’è stato l’incontro, mai il cinese dal carcere ha fatto intercedere qualcuno all’esterno per sedare questi pestaggi nei confronti dei familiari. Devo solo venire a conoscenza di chi ha fatto da tramite e paciere. Addirittura l‘ordine del pestaggio sarebbe partito direttamente da (una figura apicale del clan De Micco attualmente detenuta) che durante una videochiamata si dice che abbia mostrato il pollice in giù nei confronti dei familiari del cinese.”
Secondo il racconto di Braccia, i De Micco avrebbero inscenato delle azioni ritorsive accanendosi sui familiari degli affiliati al clan De Luca Bossa che vivono a Ponticelli con l’intento di far capire agli affiliati detenuti che dovevano mettere fine alle ostilità in carcere contro il rampollo del clan degli “XX”. Proprio per questo motivo, “il cinese” si sarebbe adoperato, grazie al supporto di una persona che avrebbe funto da mediatore e paciere per mettere fine alle fibrillazioni, dentro e fuori dal carcere.
“C’è stato l’intervento di un mediatore interpellato dal cinese per intervenire per sedare e poi c’è stata la videochiamata tra il cinese e Fabiolino e company“, aggiunge Braccia.
Una ricostruzione che ha trovato parziale riscontro in sede processuale, portando alla condanna dei tre giovani che hanno materialmente prelevato il fratello di Audino dal bar, mentre Riccardi è stato assolto, in quanto, proprio come ha fatto Braccia nel ricostruire la dinamica dei fatti alla giornalista, anche gl ialtir affiliati intercettati si erano riferiti a lui utilizzando il nomignolo utilizzato negli ambienti malavitosi: “Fabiolino”. Un elemento ritenuto troppo vago e debole, secondo gli avvocati difensori di Riccardi, per consentire di identificare in maniera chiara ed inequivocabile in Fabio Riccardi l’autore dei reati che gli venivano contestati.











