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Ponticelli, un anno fa l’arresto del boss Francesco De Martino e di sua moglie Carmela Ricci

Luciana Esposito di Luciana Esposito
1 Luglio, 2025
in Cronaca, In evidenza
0
Il boss Francesco De Martino dal carcere chiedeva “il miracolo”: il certificato falso d’infermità mentale
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A un anno di distanza dall’arresto del boss Francesco De Martino, detto “Ciccio ’o pazzo”, e della moglie Carmela Ricci, simboli indiscussi del potere criminale nel Rione Fiat di Ponticelli, lo Stato infligge un nuovo colpo durissimo al clan: lo sgombero e sequestro della palazzina di via Panagulis, storica roccaforte della cosca.

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Il declino dell’era dei cosiddetti XX ha avuto inizio nell’estate del 2024 quando i carabinieri del ROS, su mandato della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, arrestavano De Martino e Ricci con accuse gravissime: associazione mafiosa, estorsioni, porto illegale di armi, pestaggi e intimidazioni, tutte aggravate dal metodo mafioso.

È una storia agghiacciante, fatta di soprusi, intimidazioni e violenza familiare, quella che ha travolto il clan De Martino esattamente un anno fa.

Al centro della vicenda non c’è un traffico di droga, né un regolamento di conti: c’è una bambina di appena tre anni. Una nipotina del boss Francesco De Martino, che quest’ultimo ha cercato di strappare alla madre con metodi camorristici, trasformando un affido familiare in uno strumento di potere criminale.

La bambina è figlia di Salvatore De Martino, rampollo della cosca, il più piccolo dei tre figli della coppia, di una giovane donna estranea agli ambienti criminali. Dopo la fine della loro relazione, la madre aveva ottenuto l’affidamento esclusivo, vivendo però costantemente sotto minaccia. Il clan non intendeva rinunciare alla “proprietà” affettiva e simbolica della bambina. Per i De Martino, la piccola rappresentava una continuità di sangue, un’eredità familiare da non lasciare al mondo esterno.

Le indagini condotte dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli hanno svelato un clima da guerra psicologica. Ogni visita autorizzata tra la bambina e i nonni paterni diventava una parata del potere del clan. I carabinieri hanno documentato cortei armati di motorini e scooter, con affiliati a volto scoperto che scortavano Francesco De Martino e sua moglie Carmela Ricci nel tragitto da e verso il punto d’incontro. Quegli incontri non avevano nulla di familiare: erano dimostrazioni pubbliche di forza, gesti intimidatori destinati non solo alla madre della bambina, ma a tutto il quartiere.

La madre, giovane e sola, è stata perseguitata, minacciata e picchiata. In un’occasione, per non aver rispettato un orario di consegna, fu aggredita con calci e pugni. In un’altra, raccontano i verbali, uno degli affiliati le puntò una pistola alla testa per costringerla a lasciare la bambina ai nonni. Dal carcere in cui era recluso, Salvatore De Martino riusciva a comunicare con l’esterno grazie a complicità e canali illegali, minacciando la madre della bambina: “Se ti fai vedere con un altro uomo, ti ammazzo. Uccido te e lui.”

Un dettaglio che ha scioccato anche gli inquirenti è stato l’uso di bambini come scudi umani. Durante i cortei armati, il clan utilizzava minori per confondere eventuali controlli delle forze dell’ordine, approfittando del loro “valore” come protezione legale e visiva. Un gesto vile, che mostra il cinismo con cui il clan manipolava anche i più piccoli per i propri fini.

Il 1^ luglio 2024, i carabinieri della tenenza di Cercola, su mandato della DDA, arrestarono nove persone, tra cui Francesco De Martino, Carmela Ricci e il figlio Salvatore (già detenuto), oltre ad affiliati vicini alla famiglia. Le accuse sono pesantissime: atti persecutori, violenza privata, detenzione e porto illegale di armi, minacce aggravate dal metodo mafioso.

L’indagine era partita dalla denuncia coraggiosa della nonna materna, che aveva documentato episodi quotidiani di intimidazione, chiedendo protezione per la figlia e la nipote.

Un anno dopo, quella bambina è al sicuro, lontana da Ponticelli, sotto la tutela di istituzioni e servizi sociali. Ma la sua vicenda resta emblematica: dimostra come la camorra non si fermi davanti a nulla, nemmeno all’infanzia. L’arresto della famiglia De Martino e, più recentemente, lo sgombero della loro roccaforte in via Panagulis rappresentano un colpo decisivo: lo Stato ha mostrato che non c’è spazio per i poteri alternativi, nemmeno nel cuore delle periferie più difficili.

Raggiunto da un altro provvedimento lo scorso ottobre, secondo gli inquirenti, Francesco De Martino era il vertice carismatico del clan “XX”, attivo nel controllo di estorsioni, traffico di armi e gestione di piazze di spaccio. Sua moglie Carmela Ricci non era una figura secondaria, ma parte integrante della struttura criminale: una vera “mamma-camorra”, coinvolta direttamente nella gestione degli affari illeciti.

A destare scalpore furono le intercettazioni ambientali in cui De Martino tentava di ottenere gli arresti domiciliari presentandosi come affetto da disturbi psichici, con lo scopo di continuare a dirigere le attività del clan da casa.

L’imponente operazione interforze porta allo sgombero della palazzina di tre piani e sedici vani in via Panagulis, occupata abusivamente da famiglie legate al clan De Martino ha rappresentato un’azuone cruciale dal punto di vista simbolico. Era quella la “base operativa” della cosca: lì si tenevano le riunioni, si conservavano armi e si controllava il quartiere.

L’accesso all’edificio era rigidamente sorvegliato: solo chi era “gradito” al clan poteva entrare, a volte dietro pagamento di un vero e proprio “pedaggio di sottomissione”. La struttura era diventata simbolo del dominio della camorra sul territorio, luogo sacro e intoccabile per la criminalità.

L’operazione, condotta da oltre 200 uomini tra carabinieri, polizia, vigili del fuoco e personale dei servizi sociali, ha permesso di restituire lo stabile alla collettività. Gli occupanti abusivi sono stati identificati e sgomberati, mentre l’edificio è stato posto sotto sequestro.

Lo sgombero rappresenta molto più di un’azione di polizia: è un segnale chiaro e inequivocabile. Dopo l’arresto dei capi, il clan è stato indebolito anche logisticamente. La sottrazione della “fortezza” di via Panagulis è una ferita profonda per il potere simbolico e operativo del gruppo.

Le istituzioni hanno dimostrato di voler non solo reprimere, ma anche liberare fisicamente e psicologicamente un territorio da decenni soggiogato dalla camorra.

Lo Stato ha inferto un colpo al cuore del clan. Ma perché quel cuore smetta di battere, serve anche il battito corale della comunità, pronta a dire: “Mai più paura”.

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