«Ricordo in particolare che pochi giorni prima del matrimonio di Aldo Sartori venne presso la mia salumeria con lo scooter e mi mostrò due chili di cocaina contenuti in una busta nera. Mi disse: “O’ zi’, vostro nipote ha detto se gli potete monetizzare questa roba”. Quando parlava di mio nipote si riferiva ad Alduccio. Mi chiedeva se potevo distribuire e vendere in poco tempo quello stupefacente. Gli risposi che ero uscito da quel giro».
Sono le dichiarazioni rese da Giovanni Braccia, ex figura di primo piano della camorra di Napoli Est e collaboratore di giustizia dall’ottobre del 2024. Un passaggio contenuto nell’ordinanza che ha portato all’arresto di Raffaele Busiello, detto “o’ Spighetto”, fermato al rientro da una vacanza a Ibiza con l’accusa di aver pianificato e organizzato l’omicidio di Salvatore De Marco, nipote del boss Ciro Rinaldi, giovane vittima di una vendetta trasversale.
Il delitto si inserisce, secondo gli investigatori, nel contesto della storica faida tra i Rinaldi e i Mazzarella, una guerra di camorra che da decenni insanguina la periferia orientale di Napoli e che, in più occasioni, ha colpito anche persone estranee alle dinamiche criminali, uccise solo per i loro legami familiari con persone direttamente coinvolti nelle logiche criminali che continuano a seminare morte e terrore tra le strade di Napoli e provincia.
Braccia colloca la visita ricevuta da Busiello nel settembre 2024, pochi giorni prima del matrimonio di Gesualdo Sartori, detto “Alduccio”, e aggiunge un elemento che gli investigatori ritengono significativo per delineare il ruolo di Busiello all’interno dell’organizzazione:
«È importante dire che “Spighetto” è il vero braccio destro, nonché persona di fiducia di Aldo Sartori. Lo accompagnava in auto quando Sartori veniva a trovarmi in salumeria, prima della sua ultima carcerazione. Gli faceva da guardaspalle. È sicuramente una persona di fiducia di Alduccio, altrimenti non gli avrebbe affidato quel carico di cocaina che volevano facessi vendere».
Le dichiarazioni assumono un peso particolare anche per un altro motivo. All’epoca dei fatti Giovanni Braccia non aveva ancora formalizzato il proprio percorso di collaborazione con la giustizia, ma aveva già preso le distanze dagli ambienti criminali. In quel periodo collaborava attivamente all’attività giornalistica della direttrice di Napolitan, la giornalista Luciana Esposito, fornendo informazioni, documenti e ricostruzioni utili a comprendere gli equilibri della camorra di Napoli Est.
Il rifiuto opposto alla richiesta di smerciare due chilogrammi di cocaina rappresenta, di fatto, uno dei primi segnali concreti del suo distacco dal contesto criminale. Mentre Busiello gli chiedeva di “monetizzare” la droga per conto di Sartori, Braccia era impegnato a raccogliere materiale e testimonianze che hanno poi consentito di raccontare il matrimonio di Aldo Sartori, evento ritenuto significativo per il consolidamento del suo ruolo ai vertici del clan D’Amico.
La sincerità di un racconto si misura anche nei dettagli che emergono prima ancora di un processo, nei rifiuti opposti quando sarebbe stato più facile voltarsi dall’altra parte e nella disponibilità a fornire elementi utili alle indagini. In territori segnati dalla paura e dall’omertà, ogni collaborazione autentica rappresenta un passo avanti non solo per la giustizia, ma per l’intera comunità che chiede di liberarsi dal peso della camorra.
Giovanni Braccia avrebbe potuto smerciare quel carico di droga e continuare a passare informazioni alla giornalista, se la scelta di voltare le spalle alla malavita fosse scaturita da ragioni dettate dal mero opportunismo. Del resto era, in quel momento storico era un uomo libero e non immaginava minimamente che di lì a poco sarebbe finito in manette. Dietro la decisione di rispedire al mittente quel pacco di droga si cela tutta la sincerità del percorso che aveva intrapreso nei mesi precedenti e che lo aveva indotto a prendere le distanze dagli ambienti criminali, seppure in maniera ufficiosa, ma concreta.
Braccia ha fornito un supporto preziosissimo al lavoro della giornalista Luciana Esposito, animato dal vivo e convito desiderio di rimediare agli errori del passato e al contempo riscattare il territorio in cui è nato e cresciuto, dilaniato e martoriato dalla camorra. “Lo faccio per i miei nipoti”, confidò alla giornalista in una delle tante conversazioni in cui ha rivelato segreti, scenari e fatti salienti che adesso assumono una rilevanza ben diversa, perché messi nero su bianco davanti agli inquirenti e pertanto destinati a incidere pesantemente sugli equilibri criminali della periferia orientale e dell’intera città di Napoli.










