Il 15 novembre del 2024, esattamente un anno fa, un’indagine lampo dei Carabinieri della Tenenza di Cercola ha portato all’arresto di quattro esponenti di spicco del clan De Micco, nell’ambito di un’indagine iniziata ad agosto dello stesso anno. Tra gli arrestati, Fabio Riccardi, stimato essere il boss reggente del clan De Micco e tre membri del braccio armato del clan: Alessio La Volla, Giuseppe Perrella e Gesualdo Amitrano.
L’indagine prese il via da una segnalazione tempestiva giunta alla giornalista Luciana Esposito, direttrice di Napolitan, da parte di Giovanni Braccia, figura storicamente radicata nella malavita locale, parente dei D’Amico di San Giovanni a Teduccio e del Rione Conocal di Ponticelli che da diversi mesi le aveva manifestato la volontà di prendere le distanze dalla camorra per collaborare attivamente alle sue inchieste. Braccia aveva già fornito ampie prove e garanzie della sua buona fede alla giornalista, come i documenti che provavano il coinvolgimento nella compravendita degli alloggi popolari per conto dei clan del suo braccio destro, Vincenzo Sollazzo, consigliere della VI Municipalità di Napoli.
Quella calda mattina d’agosto, Braccia aveva segnalato alla giornalista che, la sera precedente, alcuni membri del clan De Micco avevano fatto irruzione in un bar di Cercola per sequestrare il fratello di Francesco Audino, detto ‘o cinese, leader del clan De Luca Bossa, con l’obiettivo di porre fine ai pestaggi subiti dal rampollo del clan De Martino nel carcere di Terni, ad opera dei rivali del clan Minichini-De Luca Bossa.
@lunapolitan Nell’estate del 2024, Giovanni Braccia, considerato agli occhi di tutti una figura di spicco della malavita locale, dimostrava con un gesto concreto di essere un alleato prezioso del mio lavoro giornalistico che aveva scelto di prendere le distanze dalla camorra. Fu lui a segnalarmi che la sera precedente, alcuni esponenti del clan De Micco, avevano fatto irruzione in un bar di Cercola con l’intento di sequestrare il fratello di Francesco Audino, detto ‘o cinese, figura apicale del clan De Luca Bossa. L’obiettivo era porre fine ai pestaggi subiti nel carcere di Terni dal rampollo del clan De Martino, vittima dei rivali del clan Minichini-De Luca Bossa. Grazie a questa segnalazione tempestiva, i carabinieri di Cercola riuscirono ad acquisire le immagini delle videocamere e avviare indagini lampo che, esattamente un anno fa, portarono all’arresto del boss Fabio Riccardi e di tre giovani membri del braccio armato del clan De Micco: Alessio La Volla, Romualdo Amitrano e Giuseppe Perrella. Oggi, a distanza di un anno, è in corso il processo che vede sul banco dei testimoni la figura chiave di questa vicenda: Giovanni Braccia, prima fonte fidatissima della giornalista e ora collaboratore di giustizia.
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Grazie alle indicazioni ricevute, i Carabinieri riuscirono ad acquisire in tempi brevi le immagini delle videocamere e avviare subito le indagini, culminate negli arresti avvenuti meno di tre mesi dopo il sequestro. L’operazione ha permesso di smantellare una rete criminale che operava tra Cercola e i comuni limitrofi, colpendo duramente la capacità operativa del clan De Micco, depauperandolo di alcune pedine cruciali. Si stima, infatti, che tra gli arrestati vi fossero alcuni degli autori di diverse azioni criminali che erano state compiute in quel periodo.
Ad ottobre del 2024, pochi mesi dopo quella segnalazione cruciale, Braccia è stato arrestato e ha immediatamente dato continuità alla volontà di dissociarsi dalla camorra intraprendendo un percorso di collaborazione con la giustizia che attualmente lo colloca sul banco dei testimoni nel processo in corso, finalizzato a stabilire le responsabilità di colpa degli autori di quel sequestro, ricostruito in maniera celere e minuziosa grazie al suo prezioso supporto. Un contributo reso da Braccia quando sulla carta risultava più che ben addentrato nelle dinamiche malavitose della periferia orientale di Napoli, un status che lo rendeva un insospettabile. Sprezzante dei pericoli che avrebbe corso qualora fosse stato identificato come l’autore di quella “soffiata”, Braccia fornì un concreto contributo al ripristino della legalità tra le strade di Ponticelli, prima ancora di manifestare ai magistrati la volontà di collaborare con la giustizia.
Un dato di fatto che concorre a sottolineare l’attendibilità della collaborazione di Braccia, destinata a incidere profondamente sulle sorti dei clan operanti nella periferia orientale di Napoli e che al contempo sottolinea l’importanza del lavoro delle forze dell’ordine, pronte ad accogliere le segnalazioni dei cittadini per assicurare alla giustizia gli interpreti della camorra.











