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Omicidio Mansouri, Carmelo Cinturrino destituito dalla Polizia di Stato: notificato in carcere il provvedimento

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
30 Giugno, 2026
in Cronaca
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Resta in carcere il poliziotto che ha ucciso un 28enne: “Mente e usa metodi intimidatori”, al via l’iter per la destituzione
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La vicenda giudiziaria di Carmelo Cinturrino, l’ex assistente capo della Polizia di Stato accusato dell’omicidio del pusher Abderrahim Mansouri, si arricchisce di un nuovo, pesante capitolo. Il Dipartimento della Pubblica Sicurezza ha infatti disposto la sua destituzione dalla Polizia di Stato, ponendo fine anche sul piano disciplinare alla carriera dell’agente coinvolto in una delle inchieste più sconvolgenti degli ultimi anni. 

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Il provvedimento, è stato notificato due giorni dopo direttamente nel carcere milanese di San Vittore, dove Cinturrino è detenuto da mesi con l’accusa di omicidio volontario aggravato. 

L’omicidio di Abderrahim Mansouri

I fatti risalgono alla sera del 26 gennaio 2026, nell’area del cosiddetto boschetto della droga di Rogoredo, tra Milano e San Donato Milanese, una delle principali piazze dello spaccio del Nord Italia.

Secondo la ricostruzione della Procura di Milano, durante un controllo di polizia Cinturrino avrebbe esploso un colpo di pistola da una distanza di circa trenta metri, colpendo mortalmente il ventottenne marocchino Abderrahim Mansouri, ritenuto vicino a uno dei gruppi che gestivano il traffico di eroina nella zona. 

Le indagini, tuttavia, hanno progressivamente demolito la versione inizialmente fornita dall’agente.

L’accusa di aver simulato la legittima difesa

Secondo gli inquirenti, subito dopo lo sparo Cinturrino avrebbe cercato di costruire una falsa scena di legittima difesa.

La Procura sostiene infatti che avrebbe chiesto a un collega di recuperare uno zaino custodito in commissariato contenente una pistola a salve, successivamente collocata vicino al corpo della vittima per simulare una reazione armata del pusher. Un elemento investigativo che ha contribuito a trasformare l’ipotesi accusatoria in omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e da numerosi reati collegati. 

Una doppia vita dietro la divisa

L’inchiesta della Procura di Milano avrebbe fatto emergere un quadro ancora più inquietante.

Secondo gli investigatori, l’assistente capo avrebbe condotto una vera e propria doppia vita. Da una parte il poliziotto stimato dai colleghi; dall’altra un uomo conosciuto negli ambienti dello spaccio con il nome di “Luca”, che avrebbe instaurato rapporti illeciti con pusher e tossicodipendenti.

Le accuse contestate sono numerose: oltre all’omicidio volontario aggravato, Cinturrino risponde di oltre trenta capi d’imputazione, tra cui estorsione, concussione, arresti illegali, sequestro di persona, spaccio di stupefacenti, rapina, falso, calunnia, depistaggio e percosse. 

Le testimonianze dei colleghi

Uno degli aspetti più delicati dell’inchiesta riguarda il racconto di alcuni giovani poliziotti del commissariato Mecenate.

Tre agenti, inizialmente coinvolti nella ricostruzione della presunta legittima difesa, hanno successivamente riferito agli investigatori di aver vissuto un forte clima di intimidazione. Uno di loro avrebbe dichiarato di aver perfino temuto che Cinturrino potesse sparargli alle spalle durante un servizio operativo, descrivendo un collega considerato imprevedibile e pericoloso. Elementi che hanno contribuito a delineare, secondo i magistrati, una marcata pericolosità sociale dell’indagato. 

La difesa: “Non volevo uccidere”

Davanti al Tribunale del Riesame, Cinturrino ha sempre respinto l’accusa di omicidio premeditato.

L’ex poliziotto ha sostenuto di aver “sparato per paura”, parlando di una “tragica fatalità” e ribadendo di non aver mai avuto l’intenzione di uccidere Mansouri. Ha inoltre ammesso di aver posizionato la pistola vicino al cadavere, ma ha contestato la ricostruzione della Procura sulla premeditazione del delitto. 

Il Riesame conferma il carcere

Il Tribunale del Riesame di Milano ha respinto sia la richiesta di scarcerazione sia quella di concessione degli arresti domiciliari, confermando la custodia cautelare nel carcere di San Vittore.

Per i giudici, il quadro indiziario raccolto dalla Procura resta solido e giustifica la permanenza in carcere dell’ex agente mentre proseguono le indagini e si avvicina il futuro processo. 

La destituzione chiude il procedimento disciplinare

La decisione del capo della Polizia rappresenta il definitivo epilogo amministrativo della vicenda.

Con la notifica dell’atto di destituzione, Carmelo Cinturrino non appartiene più alla Polizia di Stato. Il procedimento disciplinare si conclude così prima ancora dell’accertamento definitivo delle responsabilità penali, che saranno invece stabilite nel corso del processo.

Sul fronte giudiziario, l’inchiesta della Procura milanese prosegue inoltre nei confronti di altri sei appartenenti alle forze dell’ordine, indagati a vario titolo per favoreggiamento, falso, omissione di soccorso e altri reati connessi ai fatti avvenuti la sera dell’omicidio di Abderrahim Mansouri. 

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