La vicenda del poliziotto arrestato a Milano, coinvolto nell’inchiesta sull’omicidio avvenuto nel boschetto di Rogoredo, ha aperto uno squarcio su uno dei provvedimenti più duri previsti nell’ordinamento disciplinare delle forze dell’ordine: la destituzione.
Una misura estrema, evocata pubblicamente dal capo della Polizia Vittorio Pisani, che ha annunciato l’avvio dell’iter disciplinare nei confronti dell’agente Carmelo Cinturrino, sottolineando come determinati comportamenti siano incompatibili con la divisa e con il giuramento allo Stato.
Il caso che ha fatto scattare il procedimento
Cinturrino è attualmente detenuto su disposizione del gip, che ha ritenuto sussistenti gravi indizi e un concreto pericolo di reiterazione del reato. Nell’ordinanza, il giudice parla di menzogne, atteggiamenti intimidatori e di un comportamento non collaborativo, aggravato dagli attacchi rivolti ai colleghi, definiti dallo stesso indagato autori di “infamità”.
Parallelamente al procedimento penale, l’amministrazione della Polizia di Stato ha avviato la valutazione disciplinare più severa possibile. Una scelta che, come spiegato da Pisani, risponde alla necessità di tutelare la credibilità dell’istituzione e di marcare una linea netta tra chi serve lo Stato e chi, secondo le accuse, ne tradisce i principi.
Cos’è la destituzione
La destituzione è la sanzione disciplinare massima prevista per un appartenente alla pubblica amministrazione e, in particolare, alle forze di polizia.
Non si tratta di una sospensione né di un licenziamento ordinario, ma di una espulsione definitiva dal servizio.
In termini concreti, la destituzione comporta:
- la perdita immediata del posto di lavoro;
- la cessazione del rapporto con l’amministrazione di appartenenza;
- il divieto di continuare a svolgere funzioni pubbliche legate al ruolo;
- la perdita di stipendio, carriera e status;
- possibili ripercussioni anche sul piano pensionistico, a seconda della posizione contributiva.
Penale e disciplinare: due binari distinti
Uno degli aspetti centrali chiariti dal capo della Polizia riguarda la separazione tra procedimento penale e procedimento disciplinare.
La destituzione può essere avviata e decisa anche prima di una sentenza definitiva, qualora i fatti contestati siano ritenuti talmente gravi da aver spezzato il rapporto fiduciario tra l’agente e l’amministrazione.
In altre parole, anche in assenza di una condanna definitiva, l’amministrazione può ritenere che il comportamento attribuito al poliziotto sia incompatibile con la funzione, soprattutto quando incide sull’immagine, sull’autorevolezza e sulla legalità dell’azione di polizia.
Le conseguenze istituzionali
Nel caso di Milano, la decisione di avviare l’iter per la destituzione ha un forte valore simbolico e operativo. Da un lato, segnala che l’istituzione intende prendere le distanze da condotte ritenute gravissime; dall’altro, ribadisce un principio caro al vertice della Polizia: chi indossa una divisa deve rispondere a standard più alti di legalità e trasparenza.
Come ha sottolineato Vittorio Pisani, non si tratta di una condanna anticipata, ma di una scelta necessaria per difendere l’onore e la credibilità del corpo, soprattutto in casi che scuotono l’opinione pubblica e minano la fiducia dei cittadini.
La destituzione, se confermata al termine dell’iter disciplinare, segnerebbe la fine definitiva della carriera di Cinturrino nella Polizia di Stato, indipendentemente dagli sviluppi del processo penale.
Un epilogo che rende evidente quanto, nel sistema delle forze dell’ordine, la responsabilità individuale non sia solo giudiziaria, ma anche etica e istituzionale.











