Ci sono processi che si celebrano nelle aule di tribunale e altri che prendono forma sui social network. Quelli non prevedono giudici togati, né prove da discutere: bastano una fotografia, un profilo Instagram, un pregiudizio, i soliti stereotipi sessisti.
È quello che è accaduto a Ylenia Musella, la 22enne uccisa lo scorso febbraio nel rione Conocal di Ponticelli dal fratello, al culmine di una lite familiare. Una vicenda che oggi torna al centro dell’attenzione dopo il deposito della nuova consulenza medico-legale, ma che impone anche una riflessione su ciò che è accaduto fuori dalle carte processuali.
Secondo gli esperti incaricati dalla Procura, Ylenia fu colpita alle spalle con una coltellata che recise completamente l’aorta toracica. Prima di perdere conoscenza avrebbe avuto tra i sei e i ventiquattro secondi di lucidità. Pochissimi istanti durante i quali, compatibilmente con la gravità della lesione, avrebbe tentato un’estrema fuga. Sul suo corpo sono state inoltre riscontrate lesioni compatibili con una colluttazione e con gesti di difesa, elementi che restituiscono l’immagine di una giovane che ha cercato fino all’ultimo di salvarsi.
Ma la storia di Ylenia non si è fermata a quella coltellata.
Mentre gli investigatori lavoravano per ricostruire la dinamica dell’omicidio, una parte dell’opinione pubblica ha scelto un’altra strada. Sui social sono finite le sue fotografie, i video pubblicati su Instagram, gli abiti indossati in discoteca, le tute aderenti, i contenuti condivisi con la naturalezza di una ragazza di ventidue anni.
In poche ore il dibattito si è spostato dall’efferatezza dell’omicidio alla vittima.
Come se il modo di vestirsi potesse diventare un elemento da valutare, come se la libertà di una giovane donna di mostrarsi sui social avesse bisogno di essere giustificata, come se esistesse un modello di comportamento capace di rendere una vittima più o meno meritevole di compassione.
È il volto più subdolo della vittimizzazione secondaria: quando chi subisce la violenza finisce, paradossalmente, sotto processo. Non davanti a un giudice, ma davanti a migliaia di utenti che cercano spiegazioni nella vita privata della vittima invece che nelle responsabilità di chi ha commesso il delitto.
La nuova consulenza medico-legale racconta gli ultimi istanti di Ylenia con il linguaggio rigoroso della scienza. Misura la profondità della ferita, ricostruisce il percorso della lama, calcola i secondi di sopravvivenza, ma c’è un aspetto che nessuna perizia potrà mai quantificare: il peso di quel secondo processo celebrato sui social, dove a essere giudicata non è stata la mano che ha impugnato il coltello, ma la libertà di una ragazza di vivere i propri ventidue anni senza conformarsi alle aspettative degli altri.
La vicenda di Ylenia Musella ricorda che la violenza non si esaurisce sempre nel gesto che toglie una vita. A volte continua nelle parole, nei commenti, nei giudizi che finiscono per spostare l’attenzione dall’autore del reato alla persona che lo ha subito.
Ed è forse questa la riflessione più amara che emerge oggi, mentre la giustizia continua il suo corso: nessuna donna dovrebbe essere costretta a difendersi dalle proprie fotografie dopo essere stata uccisa.










