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“Questa è mafia, non sono teppistelli”: il racconto di Giovanni Braccia sul clan D’Amico e l’ascesa di Sartori

Luciana Esposito di Luciana Esposito
18 Luglio, 2026
in Cronaca, In evidenza
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L’arresto di Raffaele Busiello, ritenuto dagli inquirenti uno dei più stretti collaboratori di Gesualdo Sartori, ha riportato l’attenzione non solo sulle indagini relative all’omicidio di Salvatore De Marco, il 34enne nipote del boss rivale, Ciro Rinaldi, ucciso lo scorso 2 marzo, ma anche sugli equilibri interni del clan D’Amico di San Giovanni a Teduccio.

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Secondo la Direzione Distrettuale Antimafia, Sartori avrebbe assunto un ruolo di primo piano nell’organizzazione criminale, diventando il punto di riferimento operativo del gruppo dopo gli arresti che negli ultimi anni hanno decimato i vertici storici del clan.

I fratelli D’Amico e la storia del clan

A ricostruire alla giornalista Luciana Esposito l’organigramma del clan, fu Giovanni Braccia, cugino dei D’Amico, attualmente collaboratore di giustizia. Particolarmente degno di nota il momento storico in cui Braccia fornì queste informazioni alla giornalista: il matrimonio tra Gesualdo Sartori e la figlia del boss Salvatore D’Amico.

 “I miei cugini sono grandi d’età e con le condanne che hanno può darsi che dal carcere non escono più. Allora la famiglia deve sapere che è stato fatto un passaggio di consegna al comando. Le spiego per cambio di consegna cosa intendo: i D’Amico sono tre.
Il boss assoluto è Gennaro da cui prende il nome “clan dei Gennarella”, poi c’è Salvatore o’ pirata, poi Luigi alias Giggiotto ‘o mostro. Quest’ultimo è il padre di Umberto ‘o Lione, oggi collaboratore di giustizia, in seguito all’omicidio dello zainetto fuori alla scuola di San Giovanni a Teduccio, in cui fu ucciso il cognato dei Rinaldi.
Mio cugino Luigi, dopo che il figlio Luigi inizia a collaborare, viene lasciato dalla moglie e inizia a collaborare anche lui. Poi i fratelli e la famiglia con una bella ricompensa, riescono a farlo ritrattare.
In quel periodo, sotto le direttive di Ciro Mazzarella c’era Demetrio Sartori che fece mettere una bomba al cancello di casa dei D’Amico. Perciò il matrimonio di Aldo va ben oltre l’amore fra due rampolli.” 

Secondo Braccia, quella cerimonia avrebbe rappresentato molto più di un’unione sentimentale.

“Il matrimonio è l’inizio di una nuova era. I vecchi boss stanno alle spalle di Aldo. Ha avuto la benedizione e il comando della famiglia D’Amico.”

Sempre secondo il racconto di Braccia, i tre fratelli D’Amico avrebbero progressivamente preparato un ricambio generazionale all’interno dell’organizzazione.

“I miei cugini sono grandi d’età e con le condanne che hanno può darsi che non escano più. La famiglia deve sapere che è stato fatto un passaggio di consegne.”

Braccia sosteneva che il matrimonio fosse servito anche a ricomporre antiche tensioni interne alla famiglia, descrivendolo come un momento simbolico di riconciliazione.

Queste dichiarazioni rappresentano la ricostruzione personale fornita da Braccia e non costituiscono fatti definitivamente accertati in sede giudiziaria.

“Questa è mafia, non teppistelli”

Braccia descriveva la cerimonia come un vero messaggio destinato sia agli affiliati sia ai clan rivali.

“Questo matrimonio è stato il biglietto da visita per descrivere il nuovo capo. Questa è mafia, non teppistelli di quartiere.”

Secondo la sua interpretazione, l’eleganza della cerimonia, la presenza dei familiari più influenti e la scenografia avrebbero avuto la funzione di legittimare pubblicamente Sartori come nuova figura di riferimento.

Gennaro D’Amico stratega spietato: leccava il sangue delle vittime, dopo averle uccise

Tra i passaggi più significativi delle dichiarazioni rilasciate da Giovanni Braccia alla giornalista vi è il ritratto che l’ex esponente della criminalità organizzata traccia di Gennaro D’Amico, descritto come la mente strategica del clan. Braccia lo definisce «il più colto» dei fratelli D’Amico e sostiene che sarebbe cresciuto criminalmente «sotto l’ala dei Rinaldi», indicando in Rinaldi detto “‘o Giall'” il suo mentore e ricordando che il compare del suo primo matrimonio sarebbe stato Ciro Rinaldi, detto “Mauè”. Nel suo racconto, Braccia attribuisce inoltre a Gennaro D’Amico una fama di particolare spietatezza, riferendo voci che, a suo dire, circolavano negli ambienti della criminalità organizzata e descrivendolo come un uomo capace di incutere timore anche tra gli stessi affiliati.

L’ex boss sostiene infine che la forza del clan D’Amico derivasse anche da una fitta rete di legami familiari e alleanze, che si estenderebbe da San Giovanni a Teduccio fino a Ponticelli e all’area di Marigliano attraverso rapporti di parentela e contatti con esponenti di altri gruppi criminali. Si tratta di dichiarazioni riconducibili esclusivamente alla ricostruzione fornita da Braccia e che, come tali, non costituiscono fatti definitivamente accertati in sede giudiziaria.

“Si ricordi che Gennaro è uno spietato stratega, il più colto e cresciuto sotto l’ala dei Rinaldi, era il pupillo di Rinaldi ‘o giall’ e il compare del suo primo matrimonio è Ciro Rinaldi Mauè. Negli ambienti malavitosi si vocifera che Gennaro leccasse il sangue delle sue vittime, dopo averle ammazzate. Noi con loro siamo cresciuti insieme, il loro papà è il fratello di mia mamma, so di cosa sono capaci e se dico una cosa la so per certo: la famiglia D’Amico si estende a Ponticelli con Antonio Autore. Sua nonna è la sorella della mamma dei D’Amico di San Giovanni a Teduccio e fino a Marigliano con Nanduccio ‘o russ’, zio di Antonio Autore, affiliato ai de Micco.“

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