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Da Luigi Mignano a Salvatore De Marco: la scia di sangue davanti alla scuola di San Giovanni a Teduccio

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
29 Maggio, 2026
in Cronaca, In evidenza
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Da Luigi Mignano a Salvatore De Marco: la scia di sangue davanti alla scuola di San Giovanni a Teduccio
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Ci sono immagini che riescono a raccontare una città molto più di qualsiasi sentenza o informativa investigativa.

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A Napoli Est, una di quelle immagini è rimasta impressa nell’asfalto di via Ravello il 9 aprile 2019: uno zainetto di Spiderman lasciato a terra accanto al corpo di Luigi Mignano, ucciso dalla camorra mentre accompagnava il nipotino all’asilo.

Da allora quell’omicidio è diventato “l’omicidio dello zainetto”. Non soltanto per la brutalità dell’agguato, ma perché in quella cartella colorata caduta durante gli spari c’era tutto il peso di un’infanzia travolta dalla violenza criminale.

Luigi Mignano, 52 anni, era il cognato del boss Ciro Rinaldi, detto “Mauè”, figura storica della camorra di Napoli Est. Secondo gli investigatori, venne assassinato nel pieno della guerra tra il clan Rinaldi e il gruppo D’Amico-Mazzarella. Quel mattino i killer entrarono in azione davanti a una scuola dell’infanzia, nel rione Villa di San Giovanni a Teduccio, sparando tra bambini, genitori e insegnanti. Con lui rimase ferito anche il figlio Pasquale, mentre il piccolo nipote si salvò miracolosamente.

Quella cartella lasciata accanto al sangue è un’immagine emblematica. Lo zainetto di un bambino che fino a pochi secondi prima stava andando a scuola e che, all’improvviso, si è ritrovato dentro una scena di guerra.

Quello zaino rappresenta molto più di un dettaglio di cronaca.

Rappresenta la normalità violata, l’infanzia costretta a convivere con il rumore degli spari, la camorra che entra nella quotidianità dei quartieri e si prende persino gli spazi della scuola, simbolo opposto alla logica criminale.

Per anni quello scatto è rimasto il simbolo della ferocia della guerra di clan a Napoli Est. Eppure, a distanza di sette anni, la storia sembra essersi ripetuta nello stesso identico luogo.

Lo scorso 2 marzo 2026, a meno di cento metri dall’istituto comprensivo Vittorino da Feltre, è stato ucciso Salvatore De Marco, 34 anni, nipote del boss Ciro Rinaldi. Un altro agguato in pieno giorno. Un’altra esecuzione consumata davanti ai passanti. Un’altra raffica di colpi esplosa tra le strade dove ogni mattina transitano bambini e famiglie.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, De Marco venne affiancato da un commando armato mentre si trovava tra via Sorrento e via Figurelle, nel rione Villa. I killer agirono in pochi secondi, sparando numerosi colpi prima di fuggire. Trasportato all’Ospedale del Mare, il 34enne morì poco dopo il ricovero.

Anche in questo caso il contesto porta alla guerra infinita tra i Rinaldi e i D’Amico-Mazzarella, faida che da decenni trasforma San Giovanni a Teduccio in un territorio sospeso tra paura e controllo criminale.

Salvatore De Marco aveva precedenti per reati contro il patrimonio e associazione semplice, ma secondo quanto emerso dalle indagini non sarebbe stato ucciso per attività dirette di camorra. A pesare sarebbe stato soprattutto il legame di sangue con la famiglia Rinaldi, perché in certi quartieri il cognome può trasformarsi in una condanna.

De Marco stava tentando di allontanarsi da quel mondo, aveva ripreso a lavorare con i ragazzi della scuola calcio del quartiere e progettava di lasciare Napoli insieme alla sua famiglia per ricominciare altrove, ma non ha fatto in tempo.

Così, sette anni dopo l’omicidio dello zainetto, un altro agguato di camorra si è consumato davanti alla stessa scuola.

Sparare vicino a una scuola non significa soltanto compiere un agguato: è un messaggio di dominio. Significa ricordare a tutti che la paura può entrare ovunque, perfino nei luoghi che dovrebbero proteggere il futuro.

Lo zainetto di Spiderman lasciato sull’asfalto nel 2019 continua ancora oggi a raccontare tutto questo.

Racconta una città dove i bambini imparano troppo presto il significato delle sirene, dove le scuole convivono con le faide, dove la criminalità organizzata non si limita a uccidere uomini, ma finisce per rubare pezzi d’infanzia a intere generazioni.

Dentro quello zaino non c’era soltanto la paura di un bambino, ma il simbolo di una città che ancora oggi lotta per strappare i propri figli alla cultura della morte.

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