Un incontro in strada, una minaccia verbale, un finestrino abbassato e una frase che negli atti giudiziari assume il peso di un tassello investigativo. Cruciale la ricostruzione di un episodio avvenuto all’inizio di febbraio, al centro di un’indagine più ampia che tocca dinamiche e relazioni interne al contesto criminale della periferia orientale di Napoli e che, secondo gli inquirenti, si inserisce nel quadro investigativo legato all’omicidio di Salvatore De Marco.
Secondo quanto riportato negli atti, un testimone riferisce che mentre Salvatore De Marco si trovava nei pressi della propria abitazione, in Piazza Capri, sarebbe stata notata una Volkswagen T-Roc di colore grigio scuro con vetri oscurati. A bordo diverse persone, una figura apicale del clan D’Amico, accanto Raffaele Busiello detto “o’ Spighetto”, tratto in arresto nei giorni scorsi, mentre sul sedile posteriore c’era un altro soggetto legato al clan dei cosiddetti “gennarella”.
L’auto si sarebbe fermata e uno degli occupanti avrebbe rivolto al marito della testimone una frase dal tono minaccioso: “Fai il bravo… perché dobbiamo scendere e ti dobbiamo scattare la testa?”. Subito dopo, sempre secondo la ricostruzione, il dialogo sarebbe proseguito con ulteriori battute e gesti percepiti come intimidatori, prima che il veicolo si allontanasse alla vista di una pattuglia dei Carabinieri.
Un episodio analogo si sarebbe verificato anche nei giorni successivi.
Il punto di connessione con il più ampio scenario investigativo emerge nella lettura degli inquirenti, che collocano tali episodi in un contesto di tensioni e dinamiche criminali già oggetto di approfondimento nell’ambito delle indagini sull’omicidio di Salvatore De Marco, giovane vittima di una faida che, secondo la Procura, si inserirebbe nell’eterna faida di Napoli est che da decenni, ormai, vede i Mazzarella in guerra con i Rinaldi. De Marco era il nipote del boss Ciro Rinaldi detto “Mauè”, figura apicale dell’omonimo clan operante nel rione Villa di San Giovanni a Teduccio. Marito e padre di due figlie, Salvatore De Marco era stato scarcerato da poco e stava provando a ricostruirsi una vita che potesse tenerlo alla larga dai reati e dalla galera, si era rivolto al parroco del rione Villa che gli aveva dato la possibilità di allenare i ragazzini della scuola calcio. Salvatore aveva cercato e ottenuto un’opportunità per voltare pagina e provare a ricostruirsi una vita, partendo dalla sua grande passione: il calcio. Insieme alla sua famiglia stava coltivando il progetto di andare via da Napoli per costruire una vita lontano dalla camorra e dalle faide, ma non ha fatto in tempo. Suo malgrado, senza nessuna colpa, senza nessun motivo, Salvatore è stato ucciso mentre muoveva i primi passi in quella nuova vita, condannato a morte da quel vincolo di sangue con il boss Ciro Rinaldi.
In questa prospettiva, le presunte intimidazioni stradali non rappresenterebbero episodi isolati, ma frammenti di un linguaggio criminale fatto di avvertimenti, controllo del territorio e segnali diretti o indiretti rivolti a chi vive o si muove in quegli stessi contesti.










