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Martina Carbonaro e le chat con l’AI: la solitudine di una 14enne tra paura e violenza

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
26 Giugno, 2026
in In evidenza, News
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C’è una frase, tra le migliaia emerse nel processo, che colpisce più delle altre perché è semplice, quasi banale nella forma, ma devastante nel contenuto: “Ciao chat, volevo chiederti come mai ho paura di dare il cellulare al mio ragazzo?”

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Martina Carbonaro aveva 14 anni. E quella domanda non l’ha posta a un’amica, a un genitore, a un insegnante. L’ha rivolta a un’intelligenza artificiale.

Non è un dettaglio marginale, ma un segnale che racconta una distanza emotiva, un vuoto di ascolto, o forse la percezione – tipica di molte adolescenze – che certe paure non trovino spazio nel mondo reale. Che sia più facile scriverle a qualcosa che risponde sempre, non giudica, non interrompe, non alza la voce.

Oggi quelle conversazioni sono entrate in un’aula di giustizia insieme alle 168mila chat intercorse tra Martina e il suo ex fidanzato, poi diventato il suo assassino. Un fiume di messaggi che, letto a posteriori, disegna una relazione segnata da controllo, gelosia e squilibri profondi.

Tra quei messaggi ce n’è uno che pesa più degli altri: dopo uno schiaffo che le aveva rotto gli occhiali, Martina si scusa. Non è un gesto isolato, ma un meccanismo ricorrente nelle dinamiche di abuso: la vittima che interiorizza la colpa, che cerca di disinnescare la tensione assumendosi responsabilità che non ha.

È uno dei tratti più insidiosi delle relazioni violente. Non sempre la violenza è immediatamente riconoscibile come tale da chi la subisce. Spesso si infiltra gradualmente, si giustifica, si normalizza e in quel processo la percezione della realtà si altera: chi subisce finisce per temere le proprie reazioni più di quelle dell’altro.

Nelle chat emerge una ragazza che dice “mi fai paura”, che prova ansia all’idea di consegnare il telefono, che interroga lo schermo per capire se ciò che vive è normale o meno. Non è solo una richiesta di aiuto: è la ricerca di un linguaggio per dare forma a qualcosa che, evidentemente, nella sua vita quotidiana non trovava parole né ascolto.

Il problema non è l’intelligenza artificiale: non è la tecnologia a colmare o a creare il vuoto. È uno specchio che riflette un dato più profondo: la solitudine emotiva di un’adolescente che, nel momento in cui avrebbe avuto più bisogno di adulti, relazioni e presìdi affettivi, ha cercato una risposta dove era più immediato trovarla.

Il materiale emerso in aula apre inevitabilmente una riflessione più ampia su come i segnali di disagio si manifestino oggi: spesso in chat, in messaggi, in conversazioni digitali che restano invisibili agli adulti fino a quando è troppo tardi.

Nessuna tecnologia può essere chiamata a svolgere il ruolo che spetta a una rete di relazioni umane: ascoltare, riconoscere, intervenire. Famiglie, scuola, amici, educatori. Tutti quei livelli che dovrebbero intercettare la trasformazione della paura in isolamento, della gelosia in controllo, del disagio in silenzio.

Forse la domanda più difficile che questa storia lascia non riguarda l’uso dell’intelligenza artificiale ma il mondo attorno a Martina: una quattordicenne, nel momento in cui aveva paura, ha sentito che era più sicuro scrivere a una macchina che a una persona.

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