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“La quiete dopo la tempesta”: spariti dalla circolazione i ras di Ponticelli, dopo l’omicidio di Fabio Ascione

Luciana Esposito di Luciana Esposito
21 Aprile, 2026
in Cronaca, In evidenza
0
A Ponticelli regnano omertà e silenzio all’indomani dell’omicidio del 20enne Fabio Ascione

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Un omicidio che ha sancito un perentorio e doloroso punto di non ritorno, quello del giovane Fabio Ascione, il ventenne ucciso all’alba dello scorso 7 aprile, mentre rincasava, al termine di una serata trascorsa a lavorare al bingo di Cercola. Un omicidio frutto di una clamorosa fatalità, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti: il colpo che ha ucciso Ascione sarebbe stato esploso accidentalmente dall’arma maneggiata dal 23enne Francescopio Autiero, mentre mimava le fasi salienti della sparatoria, ingaggiata poco prima con un gruppo di giovani provenienti da Volla, al gruppo di amici presenti nei pressi dei campi di calcio di via Carlo Miranda dove aveva trovato riparo, proprio dopo quel conflitto a fuoco. Fabio Ascione li aveva raggiunti prima di tornare a casa, riconoscendo alcuni amici e perfino dei parenti. Il colpo sarebbe partito fortuitamente, lasciando incredulo perfino Ascione, che rivolgendosi all’autore di quello sparo avrebbe esclamato: “Wua fra, m’è cujiut'”, ovvero “Wua fratello, mi hai colpito”.

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A partire dall’istante in cui la vita di Ascione è stata spenta per sempre da quello sparo, sulla camorra di Ponticelli è calato il sipario. Complice il vincolo di parentela che intercorre tra Autiero e una delle figure apicali del clan De Micco, l’organizzazione camorristica che detiene il controllo degli affari illeciti a Ponticelli e che da diverso tempo ha adibito a quartier generale il teatro dell’agguato: il cosiddetto “Parco di Topolino”, uno dei tanti rioni del quartiere dove la camorra fa sentire la sua costante e minacciosa presenza anche ai civili, come dimostra quanto accaduto nei giorni successivi all’omicidio di Ascione. Omertà, silenzio e connivenza hanno marcato la scena, imponendo ai testimoni oculari e alle persone informate sui fatti di cucirsi la bocca: una premessa che ha dato il via a uno sfiancante braccio di ferro tra Stato e camorra e che si spinge ben oltre la semplice necessità di coprire il giovane autore di un omicidio, imparentato con un “pezzo da novanta”.

Gli abitanti del rione, uno dei tanti controllati dal clan e le persone coinvolte, direttamente o indirettamente in quei tristi fatti, sono stati chiamati a superare un importante banco di prova, utile a misurare il potere criminale e l’autorevolezza esercitata dai cosiddetti “bodo” a Ponticelli.

Un esame dall’esito fallimentare per il clan.

Non solo perché quel braccio di ferro è durato solo qualche giorno: la presenza costante dei carabinieri di Poggioreale nel rione e tra i giovani coinvolti nella vicenda ha concorso a fare la differenza, contribuendo alla nascita delle prime crepe che mirano a sfaldare definitivamente l’omertà che copre le malefatte del clan. Il gesto coraggioso e tutt’altro che scontato di alcuni testimoni oculari dell’omicidio che hanno scelto di farsi avanti per verbalizzare la loro deposizione, di per sé sancisce una significativa sconfitta per un clan che ha cercato in tutti i modi, anche in una circostanza così dolorosa e traumatica, di imporre silenzio e omertà, arrivando finanche a depistare le indagini, inscenando un disperato tentativo di far ricadere la colpa sul gruppo dei giovanissimi di Volla con i quali l’autore dello sparo che ha ucciso Ascione aveva avuto uno scontro armato poco prima.

Forte è il sentore che il vincolo di parentela tra Autiero e il ras dei De Micco non sia l’unico motivo per il quale il clan ha ricoperto un ruolo cruciale in questa vicenda. Le sorti di molti altri soggetti legati a filo doppio al clan sono messe in bilico dall’omicidio di una vittima innocente e soprattutto, quella sparatoria tra bande di giovanissimi provenienti da due contesti diversi e legati a due fazioni camorristiche diverse, sembra destinato a incidere pesantemente sull’intero scenario che si è configurato e che continua a tratteggiare un presente e un futuro dagli esiti sempre più incerti.

Le indagini dei carabinieri, in tal senso, hanno già fornito una serie di tasselli preziosi e utili a ricostruire lo scenario in cui si incastona quello sparo solitario costato la vita a un ragazzo di vent’anni, estraneo alle dinamiche camorristiche, introducendo sullo sfondo le ostilità tra ragazzi di Volla e Ponticelli che si contendono il controllo dei furti d’auto nella zona. Un quesito su tutti resta attuale e ricorrente: chi ha armato la mano di Francescopio Autiero e perché?

I frame delle videocamere del bar Lively hanno fornito una risposta parziale e sconcertante: quella sera, poco prima del conflitto a fuoco e del successivo sparo che ha cagionato la morte di Fabio Ascione, fu proprio un cugino di quest’ultimo a consegnare la pistola a Francescopio Autiero.
Appare verosimile che i “bodo” si siano serviti di una paranza di giovanissimi per regolare i conti con quel gruppo di ragazzini provenienti da Volla e che da diverso tempo stanno seminando il panico tra le strade di Ponitcelli. Proprio com’è avvenuto quella sera quando hanno fatto irruzione nei pressi dello stesso bar, a due passi dal “parco di Topolino”, arsenale del clan De Micco per sparare contro Autiero che a sua volta ha risposto al fuoco, a bordo di uno scooter, guidato da un minore sottoposto a fermo la stessa sera in cui è scattata la stessa misura anche per il complice 23enne, alla vigilia dei funerali del giovane Fabio Ascione.

Tutto lascia presagire che il copione che doveva andare in scena quella sera mirava a simulare un omicidio maturato al culmine di schermaglie tra ragazzini che giocano a “Gomorra” tra le strade di una periferia segnata dal degrado e dall’abbandono istituzionale. L’intento di Autiero – e probabilmente anche di chi ha fatto in modo che quella pistola giungesse tra le sue mani – era quello di colpire uno dei giovanissimi di Volla per fargli capire che “a Ponticelli non si passa”, perché è il quartiere dei De Micco, i “bodo”, temuti e rispettati da tutti. E, invece, ci ha rimesso la vita un innocente, un ragazzo che abitava in quel rione e che rincasava al termine di una serata trascorsa a lavorare.

Neanche davanti alla morte di un innocente il clan è stato capace del mea culpa, imponendo all’autore di quello sparo di costituirsi per assumersi le sue responsabilità davanti alla legge e all’opinione pubblica.

Fin dai primi istanti, i “bodo” hanno provato a far ricadere colpe e sospetti sui ragazzi di Volla, forzando la ricostruzione secondo la quale Ascione sarebbe stato colpito da uno dei proiettili vaganti, esplosi dall’auto di grossa cilindrata a bordo della quale hanno fatto irruzione per sparare contro i rivali di Ponticelli. I ras di Ponticelli hanno rincarato la dose lanciando “un ultimatum” al responsabile della morte di Ascione, concedendogli 24 ore di tempo per consegnarsi, dopodiché avrebbero provveduto loro a fare giustizia alla morte di un innocente, uccidendo un altro innocente, legato al gruppo rivale. Uno scenario che ha pesantemente inciso e condizionato anche la decisione iniziale della Questura di Napoli di non autorizzare i funerali in chiesa, seppure quella promessa di vendetta non abbia trovato riscontro nella realtà.
I De Micco probabilmente hanno garantito protezione ad Autiero, fin dalle ore successive alla morte di Ascione. Il 23enne si è immediatamente dileguato dalla scena del crimine ed è ricomparso una settimana dopo, quando si è consegnato spontaneamente ai carabinieri di Poggioreale, nelle ore successive all’esecuzione del decreto di fermo a suo carico. Dove abbia trascorso l’intera settimana intercorsa tra l’omicidio di Ascione e il suo fermo, resta ancora un mistero, al pari del ruolo ricoperto dal clan e dai suoi fiancheggiatori nel garantirgli appoggio e protezione.

L’unica cosa certa è che dopo quella sera, dopo la sera in cui l’innocente Fabio Ascione è andato incontro alla morte, anche le figure apicali del clan De Micco sembrano essersi dissolte nel nulla. Il parente di Autiero, figura di spicco del clan, si sarebbe concesso una vacanza: avrebbe spiegato a persone a lui vicine di essere sotto pressione e di non essere in grado di sostenere il carico di stress derivante da una situazione che era incapace di gestire, ovvero, lo status di un nipote autore dell’omicidio di un innocente.

Non pervenute anche le altre figure di spicco del clan che quotidianamente marcavano le strade del quartiere per ostentare la supremazia territoriale e incutere timore ai civili. Tutti i soggetti che ricoprono un ruolo di spessore all’interno del clan De Micco hanno optato per un profilo più che basso, palesando il forte timore delle conseguenze che la morte di quel giovane si annunciano destinate a sortire sugli equilibri criminali del quartiere, così come appare evidente che i “bodo” temono la replica dello Stato e per certi versi la stanno attendendo battendo in ritirata. Un’espediente utilizzato anche per raggirare controlli e non attirare l’attenzione, questo appare evidente, ma che sancisce una drastica inversione di rotta rispetto all’ostentazione di potere sbandierata fino a poche ore prima dei drammatici fatti avvenuti all’alba del 7 aprile. Pur consapevoli che restando attanagliati nell’anonimato del silenzio e dell’inerzia rischiano di rendersi artefici di una clamorosa opera di autodistruzione di quel muro di omertà che protegge l’impero del male che hanno costruito a suon di azioni violente, i De Micco sembrano incapaci di scendere immediatamente in campo per mostrare la sfrontatezza che prima dell’omicidio di Ascione accompagnava e scandiva le loro gesta quotidiane. Un atteggiamento dal quale trapela anche tutta la viva consapevolezza di non beneficiare di quella incondizionata omertà di cui credevano di disporre. Un timore fomentato anche dall’insofferenza dei civili, palesemente stanchi di patire le angherie della camorra e che al cospetto del sacrificio dell’ennesima vita innocente, potrebbero rivelarsi tempestivamente pronti ad approfittare del primo momento utile per infliggere il colpo letale ai reduci del clan.

Il momento di difficoltà vissuto dal clan è tangibile e mai come in questo frangente appare più che evidente che basterebbe il soffio corale di un convinto gruppo di civili per sgretolare quel robusto muro di omertà che sembrava incrollabile, prima dell’omicidio dell’innocente Fabio Ascione.

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