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Ponticelli, il racconto del collaboratore Mammoliti: “Si vantava della sparatoria, poi il colpo partito per errore”

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
15 Maggio, 2026
in Cronaca, In evidenza
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Ponticelli, il racconto del collaboratore Mammoliti: “Si vantava della sparatoria, poi il colpo partito per errore”
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Emergono dettagli sempre più inquietanti dalle indagini sull’omicidio del 20enne Fabio Ascione, ucciso all’alba del 7 aprile nel rione “Parco di Topolino” a Ponticelli. A segnare una svolta nell’inchiesta sono soprattutto le dichiarazioni di Fiorentino Eduardo Mammoliti, collaboratore di giustizia che ha chiesto alla Procura di essere ascoltato perché in possesso di informazioni importanti ai fini investigativi.

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Un racconto che ricostruisce con precisione gli ultimi istanti di vita del giovane e getta luce sul contesto criminale in cui è maturata la tragedia.

Fiorentino Eduardo Mammoliti è un collaboratore di giustizia che in passato ha ricoperto il ruolo di ras di Caravita per conto dei De Luca Bossa con i quali era imparentato in quanto nipote di Salvatore e Bruno Solla, fedelissimi della cosca del Lotto O, entrambi uccisi in un agguato di camorra. Il pentimento di “Fiore” è maturato in un passato recente: nella primavera del 2023, quando fu scarcerato, cercò di rifondare il clan con il supporto di altri fedelissimi che insieme a lui, nel 2017, si eran presi autori di una serie di estorsioni a tappeto ai danni di commercianti e imprenditori del vesuviano, in particolare nel comune di Sant’Anastasia. Anche in quel frangente si resero protagonisti di una concitata stagione camorristica, ancora una volta stoppata dalle manette. Proprio in seguito all’ultimo arresto ha deciso di collaborare con la magistratura fornendo elementi su dinamiche interne e fatti di sangue.

Le sue dichiarazioni vengono considerate particolarmente delicate perché si inseriscono in un contesto dominato dall’influenza del clan De Micco, gruppo egemone a Ponticelli, storicamente radicato nelle dinamiche criminali della periferia orientale di Napoli.

Secondo quanto riferito da Mammoliti, le informazioni sull’omicidio gli sarebbero arrivate poche ore dopo i fatti, attraverso una catena di contatti familiari: dal fratello, a sua volta informato da un giovane legato alla famiglia della vittima e fratello di una figura apicale del clan de Micco, attualmente detenuta.

Il quadro che emerge è preciso. Poco prima della morte di Fabio Ascione ci sarebbe stato un conflitto a fuoco tra Francesco Pio Autiero e un altro giovane, il minore sottoposto a fermo insieme a quest’ultimo, contro un gruppo rivale proveniente da Volla.

Dopo la sparatoria, i due avrebbero raggiunto la zona del campo sportivo nel parco di Topolino, dove poco dopo è sopraggiunto anche Fabio Ascione.

In quel momento, secondo il collaboratore, Autiero avrebbe iniziato a raccontare quanto appena accaduto, vantandosi del conflitto armato. Durante il racconto, maneggiando la pistola, il giovane avrebbe fatto partire un colpo accidentale che ha colpito mortalmente Ascione.

Una dinamica che coincide con gli elementi raccolti dagli investigatori e con le immagini delle telecamere, dove si nota Autiero armarsi, prelevando verosimilmente la pistola dalle mani dal cugino di Fabio Ascione e partecipare alla fase di scontro a fuoco poco prima dell’omicidio.

Le analisi dei filmati di videosorveglianza confermano diversi passaggi. Autiero viene ripreso mentre sale su uno scooter insieme a un altro giovane. Poco prima, compie un gesto compatibile con il caricamento di un’arma, ubito dopo si sviluppa il conflitto a fuoco con un’auto scura. Nei minuti successivi, il fuggi fuggi generale e il trasporto disperato di Ascione in ospedale.

Elementi che, incrociati con le dichiarazioni del collaboratore, rafforzano l’ipotesi investigativa di uno sparo non intenzionale ma maturato in un contesto di violenza armata.

Le parole di Mammoliti aprono anche uno squarcio sul contesto: Autiero viene descritto come un ragazzo abituato a girare armato, pur non essendo stabilmente inserito nelle dinamiche malavitose del quartiere. Il suo legame familiare con ambienti vicini al clan De Micco avrebbe garantito copertura e protezione nelle ore successive al delitto. Il collaboratore riferisce anche una frase significativa attribuita al patrigno del giovane: “Non lo prenderanno mai”, segno di una presunta sicurezza legata a protezioni criminali.

Un sistema che avrebbe inizialmente alimentato silenzio e depistaggi, nel tentativo di far ricadere la responsabilità sul gruppo dei ragazzi Volla, protagonisti del conflitto a fuoco che ha preceduto lo sparo che ha ucciso il 20enne, al rientro da una serata lavorativa.

La ricostruzione restituisce tutta la drammaticità della vicenda: Fabio Ascione, estraneo alle dinamiche criminali, sarebbe stato ucciso per un gesto irresponsabile, nel mezzo di una escalation di violenza tra gruppi di giovanissimi.

Una morte che non nasce da un agguato pianificato contro di lui, ma da un contesto in cui le armi circolano con troppa facilità e dove una manovra maldestra, praticata con un’arma tra le mani, può trasformarsi in tragedia.

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