A Napoli Est, dove le scuole convivono da anni con il rumore delle sirene e con il peso invisibile dei clan, il 2 marzo 2026 è stato ucciso Salvatore De Marco, 34 anni. Un agguato in pieno giorno, consumato a pochi metri dall’istituto comprensivo Vittorino da Feltre, nel cuore di San Giovanni a Teduccio.
Secondo le ricostruzioni investigative, De Marco sarebbe stato raggiunto da diversi colpi d’arma da fuoco mentre si trovava in via Sorrento, tra il rione Villa e via Figurelle. Salvatore è stato affiancato da un’auto, una Fiat Panda di colore grigio, a bordo della quale viaggiavano tre persone con volto coperto da passamontagna, i killer hanno agito in pochi secondi, davanti ai passanti e a decine di persone che a quell’ora attraversavano il quartiere. Trasportato d’urgenza all’Ospedale del Mare, il 34enne è morto poco dopo il ricovero.
Salvatore De Marco era noto alle forze dell’ordine per reati contro il patrimonio e associazione semplice, ma soprattutto era legato da vincoli familiari a esponenti del clan Rinaldi, storico gruppo criminale radicato nella periferia orientale di Napoli: era il nipote del boss Ciro Rinaldi detto Mauè. Gli investigatori hanno subito letto quell’omicidio come un possibile segnale dentro gli equilibri della camorra di Napoli Est, territorio conteso da anni tra i Rinaldi, i Mazzarella e il gruppo D’Amico.
Salvatore, marito e padre di due figlie, era stato scarcerato da poco e stava provando a ricostruirsi una vita che potesse tenerlo alla larga dai reati e dalla galera, si era rivolto al parroco del rione Villa che gli aveva dato la possibilità di allenare i ragazzini della scuola calcio. Salvatore aveva cercato e ottenuto un’opportunità per voltare pagina e provare a ricostruirsi una vita, partendo dalla sua grande passione: il calcio. Insieme alla sua famiglia stava coltivando il progetto di andare via da Napoli per costruire una vita lontano dalla camorra e dalle faide, ma non ha fatto in tempo. Suo malgrado, senza nessuna colpa, senza nessun motivo, Salvatore è stato ucciso mentre muoveva i primi passi in quella nuova vita, condannato a morte da quel vincolo di sangue con il boss Ciro Rinaldi.
Un agguato messo a segno a meno di cento metri da una scuola. Bambini, genitori e insegnanti hanno sentito gli spari. Ancora una volta, la violenza organizzata è entrata nella quotidianità di un quartiere che prova da anni a raccontarsi anche attraverso cultura, associazionismo e rinascita sociale. Non è soltanto un omicidio di camorra.
È il racconto di una città dove la morte continua a cercare spazi pubblici per affermare il proprio dominio.
Uccidere in pieno giorno, vicino a una scuola, significa mandare un messaggio che va oltre la vittima: significa occupare simbolicamente il territorio, ricordare chi comanda, trasformare la paura in linguaggio quotidiano.
L’omicidio di Salvatore De Marco non può essere archiviato come “regolamento di conti”, perché Salvatore, con i sicari del clan D’Amico, non aveva conti in sospeso. Quei colpi di pistola hanno stroncato una vita e hanno distrutto una famiglia che desiderava soltanto lasciarsi alle spalle il passato e i brutti ricordi.











