Una bara bianca, una chiesa gremita, il silenzio spezzato dal pianto. A Ponticelli si è consumato l’addio a Fabio Ascione, 20 anni, vittima innocente di un colpo di pistola partito “per errore” in una notte di violenza. Ma quel funerale è diventato qualcosa di più: un atto d’accusa, una denuncia, un grido rivolto a un’intera città.
Nella parrocchia dei Santi Pietro e Paolo, centinaia di persone si sono strette attorno alla famiglia. Sul feretro, la foto di Fabio e le maglie della sua vita quotidiana: il lavoro al bingo, il calcio, la normalità spezzata.
La madre, distrutta, si è aggrappata alla bara bianca. Intorno, un quartiere ferito, segnato da dolore e rabbia. Fabio non c’entrava nulla. Tornava a casa dopo una notte di lavoro. E invece è diventato l’ennesimo nome in una lista che continua ad allungarsi.
A celebrare il rito è stato il cardinale Domenico Battaglia, e le sue parole sono state durissime. “Troppi occhi chiusi per sempre. Troppe vite spezzate.”
L’arcivescovo non ha parlato solo alla famiglia. Ha parlato alla città intera: “Non possiamo più raccontarci che sono fatalità”, “Napoli deve guardarsi allo specchio”. “Il vero scandalo è abituarsi alla violenza”
Un’omelia che rompe il rito e diventa denuncia sociale. Perché, ha detto Battaglia, il problema non è solo la violenza. È l’assuefazione. È il silenzio.
Il passaggio più duro arriva quando il cardinale usa una metafora che colpisce come uno schiaffo: “Napoli è “come Saturno che mangia i suoi figli”.
Parole pesanti, che raccontano una città divisa, dove alcuni ragazzi nascono con opportunità e altri vengono spinti verso strade senza uscita.
Una città che, se non cambia, continuerà a celebrare funerali invece di costruire futuro.
Battaglia si rivolge direttamente ai ragazzi di Ponticelli: non trasformate il dolore in rabbia, non lasciate che la paura diventi normalità, non accettate la violenza come destino.
E poi l’appello più forte: “Basta con il silenzio. Basta voltarsi dall’altra parte.”
Perché nessun ragazzo si salva da solo. E nessuna città si salva se lascia soli i suoi figli.
I funerali di Fabio Ascione non sono stati solo un momento di lutto. Sono diventati uno specchio.
Uno specchio in cui Napoli è stata costretta a guardarsi: una città bellissima, ma ferita; viva, ma attraversata dalla violenza; capace di amore, ma troppo spesso prigioniera dell’omertà.











