Correva l’anno 2024 e Giovanni Braccia sulla carta era uno dei senatori del clan De Martino di Ponticelli, ma di fatto stava già prendendo le distanze dagli ambienti camorristici collaborando attivamente alle inchieste della giornalista Luciana Esposito, direttrice di “Napolitan”. Un percorso al quale Braccia ha dato continuità diventando collaboratore di giustizia pochi mesi dopo, ad ottobre del 2024, in seguito all’arresto.
Uno dei retroscena più macabri e clamorosi raccontati da Braccia riguarda l’omicidio di Annunziata D’Amico, donna-boss dell’omonimo clan operante nel rione Conocal di Ponticelli, uccisa in un agguato di camorra il 10 ottobre del 2015, quando ricopriva il ruolo di reggente dell’organizzazione fondata dai suoi fratelli, Antonio e Giuseppe.
Braccia è imparentato con i D’Amico e sostiene di essere rimasto costantemente in contatto con il boss Antonio D’Amico alias Tonino fraulella, malgrado sia detenuto in carcere da diversi anni. Grazie a un telefono cellulare detenuto illegalmente, avrebbe confidato al cugino Giovanni Braccia i suoi piani per vendicare la morte della sorella, destinati a prendere forma quando verrà scarcerato.
“Vi posso garantire che hanno creato un mostro. Oggi Tonino (Antonio D’Amico) è il demonio in persona. Sta bene, non fa trasparire alcuna emozione, si mostra freddo, ma io conosco bene i suoi pensieri.” E ancora, aggiunge Braccia: “Quando uscirà, inizierà dalla sua famiglia, vi lascio immaginare cosa potrà fare alla famiglia “XX”.
Una frase che introduce un duplice scenario: quello legato al tradimento di una parente che avrebbe intrattenuto una relazione extraconiugale con un elemento di spicco del clan De Micco, il quale avrebbe pernottato in più occasioni in casa della cognata di Antonio D’Amico, riuscendo così a monitorare gli spostamenti di Annunziata D’Amico da una postazione privilegiata, come sarebbe accaduto anche la mattina dell’omicidio. Il ras avrebbe appreso in tempo reale, dall’appartamento dell’amante dove aveva trascorso la notte e che si trovava poco distante da quello della donna-boss, che quest’ultima aveva lasciato la sua abitazione – nella quale si era barricata, proprio perchè consapevole di essere nel mirino dei killer dei “bodo” – per recarsi presso il carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove era recluso il primo dei suoi sei figli, Gennaro Schiavoni. Il ras avrebbe approfittato di quel passo falso, comunicando in tempo reale ai suoi fedelissimi che la donna-boss era uscita dall’appartamento-bunker in cui si era rifugiata e il clan si adoperò tempestivamente per pianificare e compiere l’agguato che sancì la fine definitiva della faida, decretando la supremazia dei De Micco che conquistarono il controllo degli affari illeciti a Ponticelli.
Il secondo tradimento, invece, riconduce ai familiari dell’esecutore materiale dell’omicidio di Annunziata D’Amico: i cosiddetti “XX”. In un passato che sembra distante anni luce dallo scenario che ha portato all’assassinio della donna-boss, Antonio D’Amico e il ras Francesco De Martino erano alleati, uniti e coesi, nella faida finalizzata a scalzare i De Micco per colmare il vuoto di potere generato dalla dissoluzione del clan Sarno. Proprio perché i De Micco sono andati incontro a una rapida ascesa, il ras Francesco De Martino depose le armi per coalizzarsi con loro, all’indomani dell’omicidio di suo nipote Massimo Imbimbo, perchè temeva fortemente che i suoi figli potessero andare incontro allo stesso destino. L’esecutore materiale dell’omicidio di Annunziata D’Amico fu proprio Antonio De Martino, il primogenito di Ciccio ‘o pazzo, soprannome di Francesco De Martino.
Secondo quanto ricostruito da Braccia, il boss Antonio D’Amico avrebbe stilato un elenco delle persone da colpire per vendicare l’omicidio della sorella. Un elenco su quale sarebbero riportati almeno tre nomi.
“L’ex cognata è il primo nome sulla lista di Tonino”. Prima ancora della relazione con Assunta Formicola, lady camorra dell’omonimo clan operante a san Giovanni a Teduccio, Antonino D’Amico aveva messo fine al matrimonio con Anna Scarallo, sorella della donna che avrebbe dato man forte ai De Micco, favorendo le circostanze che sfociarono nell’omicidio di Annunziata D’Amico. Il fatto che tra le due famiglie non intercorra più alcun vincolo di parentela, secondo quanto dichiarato da Braccia, favorirebbe il piano criminale del boss dei “fraulella”, fortemente intenzionato a vendicare la morte della sorella.
Il secondo nome che figurerebbe sulla black list di Antonio D’Amico, stando a quanto ricostruito da Braccia, sarebbe il ras che ha in un passato recente ha conquistato un ruolo apicale nel clan dei cosiddetti “Bodo” e che la sera in cui Annunziata D’Amico fu assassinata si recò nel campo Rom di Secondigliano per esplodere una batteria di fuochi d’artificio con l’intento di festeggiare insieme ai boss dei De Micco, detenuti nel vicino istituto penitenziario, la leadership conquistata dal clan mettendo la firma su quel pesantissimo omicidio.
“I cellulari in carcere sono un’arma troppo pericolosa”, scrive Braccia, precisando di essere in costante contatto telefonico con il cugino Antonio D’Amico, ma anche che l’utilizzo di quel dispositivo dalla cella in cui si trova recluso gli avrebbe consentito di ricoprire un ruolo ancora attivo in ambito camorristico.
Infine, Braccia rivela un retroscena inedito, di cui solo lui sarebbe a conoscenza: “Cicco è il terzo perché si è tatuato sul polpaccio “fraulella vivo solo per voi”.”
In sostanza, il ras degli “XX”, avrebbe giurato fedeltà eterna ai D’Amico, suggellando quell’alleanza con inchiostro indelebile per poi rinnegare quel patto criminale, giungendo finanche ad acconsentire che fosse il suo primogenito ad uccidere la sorella del boss Antoni oD’Amico.
“L’omicidio è personale, Donna Lina aveva il terrore di “Passillona”, la picchiava tutte le settimane sotto al carcere di Santa Maria Capua Vetere”, aggiunge ancora Braccia, facendo riferimento ai pestaggi che più volte la moglie di Francesco De Martino, Carmela Ricci, aveva subito in più occasioni da Annunziata D’Amico mentre entrambe le donne erano in fila per sostenere i colloqui con i figli reclusi nello stesso istituto penitenziario. Gennaro, il primogenito di Annunziata, il secondogenito di “Donna Lina”, Giuseppe, erano infatti detenuti presso il carcere di Santa Maria Capua Vetere e in più occasioni, gli incontri dettati dalle circostanze in quella sede, erano sfociati in violente aggressioni al margine delle quali proprio la moglie di Ciccio ‘o pazzo avrebbe avuto la peggio.
Secondo Giovanni Braccia per questa ragione l’esecutore materiale dell’omicidio doveva necessariamente essere Antonio De Martino, un giovane che in quel momento storico era l’espressione più violenta e temuta del braccio armato del clan De Micco che, tuttavia, in quella circostanza sarebbe entrato in azione anche per vendicare le angherie e le vessazioni subite dalla madre da parte della donna-boss.
“Io e Ciccio eravamo due amici fraterni, ci conosciamo da quando eravamo ragazzini, uscivamo insieme quando eravamo fidanzati con quelle che poi sono diventate le nostre mogli”, precisa Braccia per sottolineare l’attendibilità delle informazioni fornite.
Braccia racconta che Francesco De Martino era un bravo ragazzo, proveniente da una buona famiglia che avrebbe intrapreso la carriera malavitosa per espressa volontà della moglie, di contro, descritta come una donna spietata e avvezza al crimine che non avrebbe preservato neanche i figli, incoraggiandoli a seguire le orme paterne con l’obiettivo di conquistare un ruolo di primo ordine nell’ambito dello scacchiere camorristico della periferia orientale di Napoli.










