Venticinque persone sono state rinviate a giudizio nell’ambito di una vasta inchiesta che riguarda il clan camorristico Sarno, storico gruppo criminale originario del quartiere Ponticelli di Napoli, accusato di aver tentato una riorganizzazione e una penetrazione nel tessuto economico della Toscana, tra Firenze e Prato, dopo la collaborazione con la giustizia intrapresa dalle figure apicali del clan. Il tentativo di rifondare i business illeciti da parte degli ex boss di Ponticelli è maturato nelle località dove vivevano sotto la tutela dello Stato, in veste di collaboratori di giustizia.
Il processo, che inizierà il 9 giugno davanti al tribunale collegiale di Firenze, vede tra gli imputati anche esponenti di spicco della famiglia Sarno, tra cui Vincenzo, Pasquale e Ciro Sarno, oltre a imprenditori, intermediari e soggetti ritenuti vicini all’organizzazione.
Tra gli imputati figurano ex collaboratori di giustizia, imprenditori e mediatori. Per dodici di loro, nel maggio dello scorso anno, erano già scattate misure cautelari su richiesta del gip fiorentino.
Secondo gli investigatori della Guardia di Finanza, coordinati dalla Dda di Firenze, il clan Sarno avrebbe provato a ricostruire la propria rete alla vigilia del termine del percorso di collaborazione con la giustizia di alcuni esponenti storici, sfruttando contatti, competenze e relazioni economiche tra Campania, Toscana e altre regioni del Nord Italia.
L’obiettivo, secondo l’accusa, sarebbe stato quello di trasformare l’organizzazione da struttura militare a sistema criminale economico, capace di infiltrarsi nei settori produttivi attraverso imprese di copertura e reti di intermediari. Tra gli ambiti di interesse: gestione dei rifiuti, fatturazioni false, intermediazione di manodopera straniera a basso costo e accordi con imprese del distretto tessile di Prato.
L’inchiesta ha ricostruito un articolato sistema di frode fiscale basato su almeno otto società “cartiere” attive in Toscana. Attraverso emissioni di fatture per operazioni inesistenti, il gruppo avrebbe generato un giro d’affari illecito superiore al milione di euro. Parallelamente, secondo gli inquirenti, il sistema avrebbe coinvolto imprenditori e mediatori disponibili a utilizzare manodopera irregolare, soprattutto stranieri, da impiegare a basso costo nel tessuto produttivo locale.
Un ulteriore filone investigativo riguarda un tentativo, poi fallito grazie all’intervento della polizia di frontiera, di introdurre in Italia circa cinquanta cittadini pakistani, destinati a lavorare in condizioni di sfruttamento nel distretto pratese.
Tra i soggetti coinvolti compaiono i tre fratelli ritenuti al vertice del clan, Vincenzo, Pasquale e Ciro Sarno, oltre al figlio di quest’ultimo, Antonio, e a un cugino, Giuseppe Sarno, con età compresa tra i 46 e i 70 anni.
Proprio gli alias utilizzati dagli indagati — come “Sindaco”, “Gio’ Gio’”, “Caramella”, “Cavalluccio”, “O’ Tartaro” e “Berlusconi” — emergono dagli atti come parte di un linguaggio criptato utilizzato per comunicazioni interne e per la gestione delle attività illecite.
Tra le posizioni più delicate figura quella di Antonio Sarno, che aveva presentato richiesta di patteggiamento con l’obiettivo di escludere l’aggravante del metodo mafioso. Il giudice, però, ha rigettato la richiesta, confermando la linea accusatoria della Dda e la centralità dell’ipotesi mafiosa nell’impianto dell’inchiesta.
Secondo gli inquirenti, anche dopo la fase di collaborazione con la giustizia, alcuni componenti del clan avrebbero tentato di ricollocarsi nel sistema economico, mantenendo però dinamiche, rapporti e strutture tipiche dell’organizzazione originaria.
Il procedimento che si aprirà a Firenze rappresenta uno snodo giudiziario rilevante non solo per la storia del clan Sarno, ma anche per la più ampia questione delle infiltrazioni mafiose nelle economie del Centro Italia.
La Procura contesta un disegno complessivo di riorganizzazione criminale che, secondo l’accusa, avrebbe puntato a trasformare un gruppo storico della camorra napoletana in un soggetto capace di operare stabilmente nel tessuto economico toscano, tra imprese, appalti e filiere produttive.











