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Ponticelli: l’identikit del boss detenuto che estorce denaro a commercianti e imprenditori in videochiamata

Luciana Esposito di Luciana Esposito
18 Marzo, 2026
in Cronaca, In evidenza
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Una figura di spicco del clan De Micco di Ponticelli, un ras arrestato e condannato di recente che malgrado lo status di boss detenuto in carcere, continua ad esercitare una fortissima pressione su commercianti e imprenditori, provvedendo ad avanzare personalmente le sempre più onerose richieste estorsive. Un retroscena tutt’altro che di poco conto e che concorre a delineare nitidamente il clima segnato dal terrore che si respira tra le strade del quartiere e che impone alle vittime di piegarsi ai ricatti e alle minacce del clan.

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Un boss che ha consacrato il suo status nei mesi successivi all’arresto, non appena è tornato in libertà, dopo aver scontato una pena in carcere. Fin da subito ha iniziato a mettere a segno una lunga serie di richieste estorsive, consacrando la sua posizione egemone tra le fila del clan De Micco, l’organizzazione alla quale è da sempre affiliato, dopo una gavetta fatta principalmente di furti d’auto. “E’ tra i più abili ladri di macchine della zona”: lo ha definito così Giovanni Braccia, ex figura di spicco della camorra di Napoli est, poi diventato collaboratore di giustizia.

Il ruolo di primo ordine tra le fila del clan e sulla scena camorristica ponticellese, agevolato dall’uscita di scena dei fratelli De Micco, lo avrebbe conquistato soprattutto mettendo la firma su alcuni degli omicidi eccellenti avvenuti di recente. Ed è anche per questo che la gente comune ha iniziato a temerlo: nell’immaginario collettivo regna la consapevolezza che quelle minacce non sono solo parole, come dimostrano e sottolineano diversi agguati ed altre azioni violente, inscenate per consegnare ai rivali e ai cittadini una dimostrazione plateale e concreta di potere criminale. Un potere spietato, violento, affamato di denaro.

Dall’omicidio di Emanuele Pietro Montefusco, il fratello del ras che aveva osato osteggiare il potere egemone del clan, all’omicidio di Enrico Capozzi, il 37enne che aveva denunciato e fatto condannare il suo estorsore, passando per l’omicidio di Massimo Lucca e gli altri raid messi segno nel Parco Conocal di Ponticelli per mandare un messaggio ai rivali del clan D’Amico: una sequenza lunga e violenta di gesta criminali che hanno concorso a consolidare le quotazioni del boss che non vuole saperne di uscire di scena e cedere il testimone, malgrado attualmente si trovi recluso in carcere.

Non gli basta che i gregari a piede libero possano praticare quelle estorsioni facendo leva sul suo nome e sulla fama di boss da temere che ha conquistato prima di tornare nuovamente in carcere, il ras sente il bisogno di metterci la faccia, non solo per ostentare il potere di cui dispone, nonostante la reclusione, dimostrando apertamente che le misure restrittive applicate non hanno minimamente inciso sulla sua libertà d’azione, ma soprattutto per continuare a far leva sulla paura dei soggetti che ha taglieggiato personalmente e sui quali non vuole perdere quella forma di controllo autoritario. Per questo motivo, i sodali rimasti a presidiare e controllare il territorio, si limitano a svolgere il mero compito di intermediari, provvedendo a mettere in contatto il boss con i commercianti e gli imprenditori destinatari della richiesta estorsiva, creando materialmente le condizioni per un collegamento in videochiamata.

Grazie al supporto di uno smartphone illegalmente detenuto e che il boss utilizza per continuare a minacciare le vittime dei ricatti estorsivi, non ha mai smesso di esercitare pressioni e controllo dei business illeciti, soprattutto su quelli che si sono rivelati puntualmente redditizi, come le estorsioni che seguitano a minare la serenità di esercenti e lavoratori onesti, stanchi di patire continue e crescenti richieste economiche, pressioni e violenze.

Un modus operandi che include soprattutto minacce, puntualmente estese alla cerchia familiare: figli, genitori, parenti diretti residenti nel quartiere, al fine di guidare le vittime verso la decisione più sicura per l’incolumità dei propri cari, costringendoli quindi a cedere al ricatto estorsivo.

Inoltre, proprio nel corso di alcune videochiamate tra vittime e boss, si sarebbe verificata un’anomalia che potrebbe lasciare intravedere delle crepe nell’assetto dell’organigramma criminale del clan: alla conversazione avviata per inoltrare “la solita” richiesta estorsiva avrebbe partecipato anche una terza persona, collegata da un altro smartphone e che avrebbe evitato di rendersi riconoscibile restando in silenzio e con il volto coperto. Un dettaglio che potrebbe lasciare intendere che un’altra figura apicale dello stesso clan avrebbe manifestato la volontà di assistere alla richiesta estorsiva, probabilmente per controllare la condotta del boss. Una sorta di supervisione mai avvenuta nel corso delle conversazioni precedenti e che potrebbe rappresentare il primo segnale di una rottura che potrebbe rivelarsi destinata a stravolgere gli equilibri, dentro e fuori dal clan.

Del resto, le scarcerazioni e gli arresti recenti hanno già comportato delle mutazioni significative, seppure in un clima apparentemente silente che potrebbe rivelarsi ingannevole, proprio perché preparatorio di un vortice di eventi destinati a sortire cambiamenti significativi nell’ambito dello scenario camorristico di Ponticelli.

L’unica costante che tristemente si ripete è la riscossione di ingenti somme di denaro da parte del clan che sembra tutt’altro che intenzionato ad allentare la morsa che continua a stritolare le vittime dei ricatti estorsivi.

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