Nei giorni scorsi è arrivato il primo verdetto relativo all’indagine della Direzione Distrettuale Antimafia che ha ricostruito l’organigramma del clan Amato-Pagano, sfociata nel dicembre 2024 nell’arresto di circa cinquanta persone tra esponenti di vertice e affiliati.
Nel procedimento, a Pompilio veniva contestato il ruolo di capo, promotore e organizzatore del clan, oltre a rapporti privilegiati con il noto narcotrafficante Raffaele Imperiale, grazie ai quali sarebbe riuscito a gestire importanti importazioni di cocaina, imponendosi come uno dei principali trafficanti del Paese.
A Pompilio era inoltre contestata una rapina aggravata dal metodo mafioso ai danni di un giovane di Marano di Napoli. Le accuse erano sostenute da numerose dichiarazioni di collaboratori di giustizia e intercettazioni telefoniche e ambientali.
Per tali reati, il pubblico ministero aveva chiesto una condanna complessiva di 23 anni: 15 anni per essere stato capo e promotore del clan e 8 anni per la rapina, ritenendo non configurabile la continuazione tra i due reati.
All’esito del giudizio di primo grado, il quadro accusatorio è stato significativamente ridimensionato grazie all’attenta attività difensiva degli avvocati Luigi Senese e Andrea Di Lorenzo, che hanno evidenziato elementi utili alla revisione delle contestazioni.
Il Gup del Tribunale di Napoli, accogliendo le tesi della difesa, ha riconosciuto il vincolo della continuazione tra i reati contestati e ha ridotto la pena complessiva: 12 anni e 8 mesi di reclusione, circa la metà di quanto richiesto dal pm.
La sentenza rappresenta il primo verdetto nell’ambito della maxi-inchiesta sul clan Amato-Pagano, che ha portato alla luce le strutture criminali, le gerarchie interne e i legami con il narcotraffico internazionale. Nonostante la riduzione della pena rispetto alla richiesta del pm, la condanna conferma la responsabilità di Pompilio nella gestione del clan e nelle attività illecite a esso collegate.











