Scuole nelle aree maggiormente esposte, sicurezza degli edifici e possibilità di delocalizzazione: dopo la scossa del 31 luglio e le recenti dichiarazioni dell’Osservatorio Vesuviano, cresce la preoccupazione delle famiglie.
«Perché aspettare e rischiare che accada qualcosa ai miei figli?».
È questa la domanda che un genitore dei Campi Flegrei rivolge alle istituzioni dopo settimane segnate dalla paura, dagli sgomberi e dalle verifiche sugli edifici danneggiati dal terremoto del 31 luglio.
Una domanda che arriva alla vigilia della riapertura delle scuole e che riporta al centro del dibattito un tema particolarmente delicato: la sicurezza degli edifici scolastici in un territorio nel quale il bradisismo continua e la possibilità di nuove scosse resta concreta.
La scossa del 31 luglio: magnitudo 4.7, 26 feriti e centinaia di edifici dichiarati inagibili
Alle 19.46 del 31 luglio 2026 i sismografi dell’Osservatorio Vesuviano hanno registrato nell’area flegrea un terremoto di magnitudo 4.7, con ipocentro a circa tre chilometri di profondità e localizzazione tra Pozzuoli e Quarto. L’INGV ha classificato l’evento all’interno di uno sciame sismico e ha stimato livelli di scuotimento fino al VII grado della scala MCS nell’area interessata.
È stata la scossa più forte registrata nell’area dei Campi Flegrei dall’inizio della rete di monitoraggio sismico moderna e, secondo la Protezione civile, ha provocato 26 feriti, il crollo di alcuni immobili disabitati e diversi danni agli edifici. Si sono verificati anche smottamenti e criticità infrastrutturali, mentre il molo di Pozzuoli è stato temporaneamente interdetto.
Nei giorni e nelle settimane successive il quadro dell’emergenza si è progressivamente aggravato sul fronte abitativo. A metà agosto risultavano 215 edifici dichiarati inagibili a Pozzuoli, per oltre mille unità abitative, mentre gli sgomberi avevano coinvolto circa 3.500 persone.
Numeri che restituiscono la dimensione di un terremoto che non si è esaurito nella paura di quella sera, ma ha continuato a produrre conseguenze concrete sulla vita quotidiana di migliaia di persone.
E poi ci sono le scuole
Tra gli edifici interessati ci sono anche gli istituti scolastici.
Nelle prime settimane dopo il terremoto sono state segnalate criticità in diversi plessi. Una relazione di inizio agosto indicava 14 scuole danneggiate a Pozzuoli, mentre gli interventi hanno riguardato sia edifici comunali sia istituti di competenza della Città Metropolitana.
Il caso più delicato è quello del plesso Marconi, che non riaprirà il 15 settembre. Le verifiche hanno evidenziato lesioni importanti alle murature portanti e alle tramezzature interne. Le classi della primaria saranno trasferite al plesso Diano, quelle dell’infanzia al Rosini.
Il Marconi, inoltre, non rappresenta una criticità emersa soltanto dopo il terremoto del 31 luglio. Il programma del Commissario straordinario per gli interventi di riqualificazione sismica aveva già individuato l’edificio come inadeguato sulla base delle analisi di vulnerabilità, prevedendone demolizione e ricostruzione.
Per altri istituti, invece, sono stati programmati interventi soprattutto su elementi non strutturali. A Pozzuoli palestra e auditorium degli istituti Quasimodo/Collodi e Borsellino sono rimasti temporaneamente interdetti, con lavori di messa in sicurezza programmati entro il 10 ottobre.
Il Comune ha confermato il rientro a scuola per il 15 settembre, sottolineando che gli interventi in corso sono finalizzati a garantire la sicurezza degli alunni ed è proprio su questo punto che si concentra la preoccupazione del genitore.
«Non basta dire che una scuola è stata adeguata»
La questione sollevata nella lettera aperta non riguarda soltanto la capacità strutturale degli edifici di resistere a un terremoto.
Il genitore pone l’attenzione anche su ciò che può accadere all’interno di un edificio durante una scossa: tramezzi, cornicioni, controsoffittature e altri elementi non strutturali possono rappresentare un pericolo anche quando la struttura principale non collassa.
Da qui la proposta più radicale: valutare la possibilità di delocalizzare temporaneamente le scuole situate nelle aree maggiormente esposte, utilizzando eventualmente servizi navetta, almeno fino a quando non sarà possibile garantire condizioni di sicurezza ritenute sufficienti.
Una richiesta che non pretende di sostituirsi alle valutazioni tecniche degli esperti, ma che nasce dalla paura di tanti genitori chiamati a lasciare ogni mattina i propri figli a scuola in un territorio nel quale la terra continua a muoversi.
Il bradisismo non si è fermato
Il punto di partenza della lettera sono le recenti dichiarazioni della direttrice dell’Osservatorio Vesuviano, Lucia Pappalardo.
Già dopo la forte scossa del 21 maggio, Pappalardo aveva chiarito che il bradisismo non si era fermato e che la sismicità osservata rientrava nella dinamica del fenomeno in corso.
Nelle settimane successive, dopo il terremoto del 31 luglio, il messaggio è rimasto sostanzialmente lo stesso: finché prosegue la deformazione del suolo, la possibilità di nuovi terremoti resta presente. Le dichiarazioni riportate ad agosto parlavano della possibilità di ulteriori scosse, anche di forte intensità.
Non significa che sia possibile prevedere oggi quando arriverà la prossima scossa o quale sarà la sua magnitudo. Significa, però, che il territorio deve continuare a confrontarsi con uno scenario sismico attivo.
La stessa Protezione civile nazionale ricorda che la nuova fase di sollevamento della caldera, iniziata nel 2005, è tuttora in corso e che lo scorso 31 luglio si è verificato l’evento più forte registrato nell’attuale crisi.
«I nostri figli meritano di vivere sereni»
È questo il cuore della lettera.
Non la volontà di alimentare il panico. Non la pretesa di prevedere il futuro. Ma la richiesta di affrontare preventivamente una domanda che riguarda migliaia di famiglie: quanto sono sicure le scuole nelle aree maggiormente esposte e quali ulteriori misure possono essere adottate per ridurre il rischio?
Il genitore ricorda anche il peso psicologico che gli ultimi anni hanno avuto sui bambini e sui ragazzi, prima con la pandemia e poi con una crisi bradisismica che ha trasformato terremoti, evacuazioni e ordinanze di sgombero in una presenza ormai costante nella quotidianità e chiede agli altri genitori, ai nonni e agli zii di rivolgersi alle istituzioni, attraverso mail e PEC, per aprire un confronto sulla sicurezza degli edifici scolastici.
La domanda finale è quella che, forse più di tutte, riassume la preoccupazione delle famiglie: «Non aspettiamo che sia una tragedia a dirci che avremmo dovuto intervenire prima».
E in un territorio dove la terra continua a sollevarsi e la sismicità non può essere fermata, la prevenzione non dovrebbe essere una risposta all’emergenza, ma il primo passo per evitare che l’emergenza diventi tragedia.
I nostri figli meritano di entrare in una scuola senza paura. E noi adulti abbiamo il dovere di fare tutto ciò che è possibile perché possano farlo.










