Ci sono fotografie che non raccontano soltanto un fatto di cronaca. Diventano memoria, coscienza collettiva, simbolo di un’epoca.
Una di queste è stata scattata il 6 agosto 1985, a Palermo. Ritrae una donna inginocchiata sul corpo del marito, appena assassinato davanti alla loro casa. Lo stringe in un ultimo abbraccio mentre il sangue macchia le scale del palazzo. È un’immagine che non ha bisogno di parole. Racconta il prezzo pagato da chi ha scelto di combattere la mafia e quello, altrettanto devastante, pagato dalle famiglie rimaste sole.
Quella donna è Laura, moglie del vice questore Antonino Cassarà. L’uomo che tiene tra le braccia è uno dei più brillanti investigatori della Polizia di Stato, uno degli uomini che, insieme a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, stava contribuendo a scardinare il potere di Cosa Nostra.
Quel pomeriggio non furono uccisi soltanto due poliziotti.
Quel giorno la mafia tentò di assassinare l’idea stessa di uno Stato che non aveva più intenzione di piegarsi.
Il poliziotto che conosceva i segreti di Cosa Nostra
Antonino Cassarà non era un semplice investigatore.
Era uno degli uomini più preparati della Squadra Mobile di Palermo. Aveva contribuito alla nascita di un metodo investigativo innovativo, fondato sull’analisi dei patrimoni mafiosi, dei rapporti tra famiglie criminali e dei grandi traffici internazionali di droga.
Le sue indagini rappresentarono una parte fondamentale del lavoro che avrebbe portato al maxiprocesso contro Cosa Nostra, collaborava quotidianamente con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, conosceva nomi, equilibri e strategie dell’organizzazione mafiosa.
Per questo era diventato uno degli obiettivi principali dei boss.
L’agguato davanti casa
Il 6 agosto 1985 Cassarà rientra nella propria abitazione, in via Croce Rossa, a Palermo. Con lui c’è l’agente di scorta Roberto Antiochia, appena 25 anni.
Antiochia avrebbe potuto restare lontano da Palermo, aveva chiesto volontariamente di tornare accanto a Cassarà, pur essendo consapevole del pericolo che correva ogni giorno.
Pochi istanti dopo l’arrivo, un commando composto da numerosi killer entra in azione.
I mafiosi aprono il fuoco con kalashnikov e fucili automatici, esplodendo oltre duecento colpi, la strada si trasforma in un campo di battaglia.
Roberto Antiochia viene colpito mortalmente mentre tenta di proteggere il vice questore, Antonino Cassarà, gravemente ferito, riesce incredibilmente a trascinarsi fino alle scale del palazzo. Morirà pochi istanti dopo.
L’ultimo abbraccio
Dal balcone, Laura sente gli spari, corre giù.
Bussa disperatamente alle porte dei vicini chiedendo aiuto. Secondo le ricostruzioni dell’epoca, nessuno apre.
Quando raggiunge il marito lo trova agonizzante, si inginocchia accanto a lui e lo stringe in un ultimo abbraccio. La Polizia Scientifica immortala quell’istante.
Quella fotografia diventerà una delle immagini simbolo della guerra dichiarata da Cosa Nostra allo Stato.
Non mostra soltanto la violenza della mafia, ma la solitudine delle vittime e delle loro famiglie.
Roberto Antiochia, il coraggio di un ragazzo di 25 anni
Nella memoria collettiva il nome di Antonino Cassarà è giustamente legato a quella strage, ma insieme a lui morì anche un giovane agente che aveva scelto il dovere.
Roberto Antiochia aveva soltanto venticinque anni, sapeva perfettamente di essere assegnato a uno degli uomini più esposti della Polizia italiana, avrebbe potuto chiedere un altro incarico, scelse invece di tornare a Palermo per proteggerlo e pagò quella scelta con la vita.
Un attentato contro lo Stato
L’omicidio di Cassarà arrivò in uno dei momenti più drammatici della guerra tra Cosa Nostra e lo Stato.
Negli anni precedenti erano già stati assassinati il giudice Rocco Chinnici, il capitano Emanuele Basile, il commissario Beppe Montana e numerosi magistrati, investigatori e servitori dello Stato.
La mafia aveva compreso che il nuovo metodo investigativo stava mettendo in crisi il suo sistema di potere, per questo decise di eliminare uno dopo l’altro gli uomini che lo avevano costruito.
Un sacrificio che non è stato inutile
A distanza di decenni, il sacrificio di Antonino Cassarà e Roberto Antiochia continua a rappresentare uno dei pilastri della lotta alla criminalità organizzata.
Le loro indagini contribuirono a costruire il patrimonio investigativo che rese possibile il maxiprocesso e cambiò per sempre il contrasto alla mafia.
Il loro sacrificio ci ricorda che ogni conquista dello Stato contro le mafie è stata pagata con il coraggi e spesso con la vita di uomini e donne che hanno scelto di non voltarsi dall’altra parte.
E forse è proprio questo il significato più profondo di quella fotografia che non racconta soltanto una morte, ma soprattutto ciò che la mafia non è mai riuscita a uccidere: la dignità di chi ha scelto di servire lo Stato fino all’ultimo respiro.











