Il 6 agosto 1980 Palermo perse uno dei suoi magistrati più coraggiosi. Gaetano Costa, procuratore della Repubblica del capoluogo siciliano, fu assassinato da Cosa Nostra mentre passeggiava da solo in via Cavour, fermandosi davanti a una bancarella di libri. Aveva 64 anni. Fu raggiunto alle spalle dai colpi di un killer mafioso e morì sull’asfalto, in pieno centro cittadino. Quel delitto segnò una delle pagine più dolorose della storia della lotta alla mafia, non solo per la statura del magistrato, ma anche per la profonda solitudine istituzionale in cui aveva operato.
Il magistrato che firmò da solo
Gaetano Costa era procuratore capo di Palermo dal 1978. In un periodo in cui Cosa Nostra stava consolidando il proprio potere economico e militare, intuì con largo anticipo l’evoluzione dell’organizzazione mafiosa, i suoi legami con la pubblica amministrazione e il traffico internazionale di stupefacenti.
La sua scelta più coraggiosa arrivò quando decise di firmare personalmente importanti mandati di cattura nei confronti di esponenti della cosca Spatola-Inzerillo coinvolti in un’inchiesta sul traffico di droga. Alcuni magistrati del suo ufficio non avevano condiviso quella decisione e non sottoscrissero i provvedimenti. Costa decise comunque di assumersi da solo la responsabilità dell’atto, consapevole dei rischi che avrebbe corso.
Un uomo che rifiutava la scorta
Nonostante fosse tra i magistrati più esposti, Gaetano Costa rinunciava spesso alla protezione.
Secondo le testimonianze dell’epoca, riteneva che chi esercitava determinate funzioni avesse «il dovere di avere coraggio» e non voleva mettere in pericolo altri uomini per proteggere sé stesso. Proprio quella scelta lo rese ancora più vulnerabile il pomeriggio del 6 agosto 1980.
Un delitto che cambiò la lotta alla mafia
L’omicidio di Gaetano Costa rappresentò uno spartiacque.
Negli anni successivi sarebbero stati assassinati altri servitori dello Stato, tra cui Rocco Chinnici, Antonino Cassarà, Beppe Montana, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ma il sacrificio di Costa contribuì a far comprendere quanto fosse ormai necessario affrontare Cosa Nostra come un’organizzazione unitaria, dotata di una strategia e di enormi interessi economici.
La sua intuizione investigativa anticipò molte delle analisi che sarebbero poi state sviluppate dal pool antimafia di Palermo.
La ferita della solitudine
A rendere ancora più dolorosa la sua vicenda è il tema dell’isolamento.
Negli anni, familiari, colleghi e istituzioni hanno ricordato come Gaetano Costa non fosse stato sostenuto con la necessaria determinazione nel momento più difficile della sua attività. Una riflessione che accompagna ancora oggi il suo ricordo e che continua a interrogare il rapporto tra chi combatte la criminalità organizzata e le istituzioni chiamate a proteggerlo.
Un esempio che attraversa il tempo
A oltre quarant’anni dal suo assassinio, Gaetano Costa continua a rappresentare una figura simbolo della magistratura italiana.
Non soltanto per il coraggio dimostrato nel firmare provvedimenti scomodi, ma per aver scelto di applicare la legge senza compromessi, in un periodo in cui opporsi alla mafia significava mettere quotidianamente a rischio la propria vita.
Il suo nome resta legato a una stagione in cui lo Stato pagò un prezzo altissimo nella lotta a Cosa Nostra. Una memoria che continua a ricordare come la legalità abbia spesso avuto il volto di uomini rimasti soli, ma mai disposti ad arretrare.










