Quaranta anni fa, il 10 febbraio 1986, nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone a Palermo non iniziò solo un processo: ebbe avvio una delle sfide più decisive nella storia della lotta allo Stato mafioso. Quel giorno, 475 persone furono chiamate a rispondere alla giustizia come membri di Cosa Nostra, non come singoli delinquenti ma come parte di una organizzazione criminale unitaria, per la prima volta riconosciuta nella sua interezza da un tribunale italiano.
Dietro quel gigantesco procedimento penale c’era il lavoro di un pool di magistrati straordinari guidati da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, supportati da colleghi come Pietro Grasso, che fu giudice a latere e ne ha raccontato l’esperienza in un libro presentato proprio in occasione del quarantennale.
Il maxi processo si svolse in un clima di enorme tensione e attenzione internazionale: l’aula bunker, costruita appositamente in sei mesi, venne descritta come un’“astronave”, simbolo della risposta dello Stato alla violenza mafiosa. Tra giornalisti e cronisti provenienti da tutto il mondo, il dibattimento segnò un momento epocale nella storia giudiziaria e civile italiana.
Il processo, che durò dal 10 febbraio 1986 fino al 16 dicembre 1987 nella fase di primo grado e si concluse definitivamente con la conferma delle condanne da parte della Corte di Cassazione il 30 gennaio 1992, portò a 19 ergastoli e a pene detentive complessive pari a migliaia di anni per centinaia di imputati. Per la prima volta, la mafia fu giudicata per quello che realmente era e rimane: un’organizzazione criminosa strutturata e verticistica.
Il maxi processo fu reso possibile anche grazie alla collaborazione di pentiti come Tommaso Buscetta, la cui testimonianza fu fondamentale per svelare struttura e gerarchie di Cosa Nostra.
Nel 2026, l’anniversario è stato celebrato in varie forme. Centinaia di studenti, insegnanti, magistrati, forze dell’ordine e rappresentanti delle istituzioni hanno partecipato all’evento “Dentro il Maxiprocesso – Memoria e tecnologia a 40 anni dall’inizio del processo alla mafia” nell’aula bunker dell’Ucciardone, dove sono stati presentati progetti in realtà virtuale e digitalizzazione degli atti per preservare la memoria storica del maxi processo.
Il sindaco di Palermo e altri rappresentanti istituzionali hanno sottolineato l’importanza di questo anniversario non solo come momento di ricordo ma come atto di responsabilità collettiva per preservare la legalità e la memoria civile. Secondo il sindaco, quel processo rappresentò un riscatto collettivo per una città e per un Paese che volevano dire basta alla cultura dell’omertà e della violenza mafiosa.
Quel processo segnò una svolta: per la prima volta lo Stato affermò in modo chiaro che Cosa Nostra esiste, comanda e può essere giudicata. Nonostante il prezzo altissimo pagato da Falcone, Borsellino e da tanti altri magistrati, poliziotti e servitori dello Stato nelle stragi successive, la memoria di quella stagione continua a essere un punto di riferimento nella lotta alle mafie.
La ricorrenza di oggi non è solo un tributo al passato: è un richiamo continuo all’impegno civile, alla difesa della legalità e alla consapevolezza che le mafie, pur mutate nelle forme, restano una minaccia profonda alla democrazia e alla coesione sociale.











