La notte del 4 maggio 1980, a Monreale, la mafia colpì ancora, spezzando la vita di un giovane ufficiale dei Carabinieri che aveva scelto di combatterla senza paura. A cadere fu Emanuele Basile, 30 anni, sposato e padre di una bambina di quattro anni.
Fu ucciso mentre passeggiava con la moglie e la figlia tra le braccia, al termine dei festeggiamenti del santo patrono. Un agguato vile, consumato davanti alla sua famiglia, che segnò profondamente la storia della lotta alla mafia in Sicilia.
Nato a Taranto nel 1949, Basile aveva intrapreso inizialmente gli studi di Medicina, superando anche difficili esami universitari. Ma il richiamo dei valori di giustizia e legalità lo portò a scegliere la carriera nell’Arma dei Carabinieri.
Dopo diverse esperienze, arrivò a Monreale nel 1977, dove assunse il comando della Compagnia. Qui iniziò un’intensa attività investigativa contro la criminalità organizzata, in un territorio dominato da Cosa Nostra.
Basile fu tra i primi investigatori a intuire il ruolo centrale del traffico di droga nelle attività mafiose. Attraverso accertamenti bancari e indagini patrimoniali, riuscì a ricostruire collegamenti tra diverse cosche, in particolare quelle legate ai Corleonesi.
Portò avanti anche le indagini sull’omicidio del capo della Squadra Mobile Boris Giuliano, assassinato nel 1979, raccogliendone l’eredità investigativa.
I risultati delle sue indagini furono condivisi con il magistrato Paolo Borsellino, con cui instaurò un rapporto di stima e collaborazione. Pochi giorni prima di morire, Basile consegnò proprio a Borsellino un rapporto dettagliato sulle attività mafiose.
La sera del 4 maggio, mentre rientrava a casa con la moglie Silvana e la piccola Barbara addormentata tra le braccia, fu colpito alle spalle da diversi colpi di pistola sparati da killer mafiosi.
In un gesto estremo, cercò di proteggere la figlia con il proprio corpo. La moglie tentò di difenderlo, ma un proiettile fu deviato da un oggetto che portava con sé, salvandole la vita.
Trasportato d’urgenza in ospedale a Palermo, Basile morì durante un delicato intervento chirurgico.
Subito dopo il delitto furono arrestati tre mafiosi: Armando Bonanno, Giuseppe Madonia e Vincenzo Puccio.
Le indagini sembravano aver portato rapidamente a una verità, ma il percorso giudiziario fu lungo e complesso.
Dopo assoluzioni, condanne e annullamenti in Cassazione, la sentenza definitiva arrivò solo dopo anni. Nel frattempo, alcuni degli imputati furono uccisi: Puccio morì in carcere, Bonanno scomparve vittima della “lupara bianca”.
Successivamente, furono individuati anche i mandanti, tra cui figure di vertice di Cosa Nostra come Salvatore Riina.
Per il suo coraggio e la dedizione al dovere, a Emanuele Basile è stata conferita la Medaglia d’oro al valor civile, massimo riconoscimento per atti di eroismo.
Negli anni, numerose iniziative ne hanno mantenuto viva la memoria: scuole, premi, targhe commemorative e riconoscimenti istituzionali, tra cui una laurea honoris causa.
La storia di Emanuele Basile è quella di un uomo che aveva compreso, con largo anticipo, la trasformazione della mafia in una potenza economica legata al traffico internazionale di droga. Per questo fu ucciso.
Il suo sacrificio, come quello di tanti altri servitori dello Stato, resta una testimonianza forte di impegno, coraggio e senso del dovere. Ricordarlo significa non solo rendere omaggio alla sua memoria, ma ribadire che la lotta alla mafia passa anche attraverso l’esempio di chi ha scelto di non voltarsi dall’altra parte.











