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Palermo, 29 luglio 1983: Strage di via Pipitone Federico, la mafia uccide il magistrato Rocco Chinnici e la sua scorta

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
29 Luglio, 2017
in Da Sud a Sud, In evidenza
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Palermo, 29 luglio 1983: Strage di via Pipitone Federico, la mafia uccide il magistrato Rocco Chinnici e la sua scorta
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strage%20di%20via%20pipitone%20federico%20-%20palermoVia Pipitone Federico – Palermo, 29 Luglio 1983 – Una città  mollemente abbandonata nel caldo afoso dell’estate, si sveglia di soprassalto, scossa da un boato fragoroso. Sono passati pochi secondi dall’esplosione e via Pipitone Federico, la mattina del 29 luglio 1983, sembra la periferia di una città appena bombardata: una cinquecento imbottita di tritolo ha appena stroncato la vita e il coraggioso lavoro del Consigliere istruttore Rocco Chinnici, mentre stava per entrare in macchina con la scorta.

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Una mattanza, un massacro di uomini, un agglomerato di macerie, calcinacci dovunque, lamiere contorte, vetri infranti, briciole di muri sopra i lenzuoli che coprono i cadaveri; tutt’intorno, come spettri, gli investigatori e i magistrati, smarriti e increduli.

Chinnici era un magistrato con le idee chiare: a capo dell’Ufficio istruzione, dopo la morte dell’amico Gaetano Costa, non si fidava ormai di nessuno, ma aveva deciso di andare fino in fondo e di colpire duro laddove più alti e più forti erano gli interessi di Cosa Nostra.

Chinnici era impassibile, insofferente ad ogni tentativo di condizionamento e di intralcio al suo lavoro. Anche quando per difendere la propria indipendenza ed autonomia, era stato costretto a scontrarsi direttamente con il braccio destro di Andreotti in Sicilia, Salvo Lima. Era accaduto in occasione delle indagini che avevano portato all’arresto di alcuni noti personaggi dell’entourage politico-imprenditoriale della corrente andreottiana in Sicilia. Chinnici, tra l’altro, ha deciso di sciogliere l’enigma degli omicidi Mattarella e La Torre: fa sequestrare migliaia di documenti al Comune, continua le indagini che stava conducendo il collega Costa. A un certo punto vola a Roma sotto falso nome, va al CSM e denuncia: “Ci sono indagini che non si voleva si facessero”.

Il magistrato non nasconde di sentirsi isolato nella conduzione di queste indagini “scomode”; anche l’ufficiale della Guardia di Finanza che stava lavorando a questo filone d’inchiesta è stato trasferito. Passa qualche settimana, ma Chinnici, testardo, continua ad indagare e mette insieme tassello su tassello per costruire un grande affresco di mafia e grandi complicità  nella politica e nell’alta finanza, spingendo il piede sull’acceleratore delle indagini. Il Consigliere istruttore riesce appena in tempo a visitare la vedova di Pio La Torre per dirle: “Adesso il caso La Torre chiaro. Dica alla sua amica Irma Mattarella che presto la manderà a chiamare, perchè queste novità  riguardano anche lei” Appena in tempo, prima che i giovani ed esperti artificieri di Cosa Nostra portino a termine la loro missione di morte.

 

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