La camorra teme gli arresti, i sequestri e le condanne, ma c’è qualcosa che teme più di ogni altra cosa: un uomo del sistema che decide di rinnegare le regole del sistema per allearsi con lo Stato.
Per comprendere cosa abbia rappresentato il pentimento di Tommaso Schisa per i clan di Ponticelli bisogna partire da questa premessa, necessaria. Quando la notizia della sua collaborazione con la giustizia si diffuse tra le celle delle carceri, nei quartieri e nei rioni controllati dall’alleanza capeggiata dai De Luca Bossa-Minichini, la reazione non fu quella che normalmente accompagna un arresto eccellente.
Fu peggio, molto peggio.
Quella notizia seminò il panico. Non fu una reazione paragonabile a quella riconducibile a chi teme una retata, ma quella di qualcuno che sa che chi sta voltando le spalle al sistema, di quel sistema, dei suoi interpreti, di quelle dinamiche e dei retroscena annessi, conosce tutto.
Tommaso Schisa non era un soldato qualsiasi, ma un predestinato, un rampollo cullato da una delle famiglie più radicate nella geografia criminale della periferia orientale di Napoli. Era il figlio di Luisa De Stefano, nipote di donne e uomini che avevano costruito il proprio prestigio criminale attraverso decenni di guerre, alleanze, omicidi e affari. Era il figlio di Roberto Schisa, un uomo d’onore che aveva servito per tutta la vita i Sarno, condannato all’ergastolo dalle dichiarazioni rese dagli ex boss, quando decisero di collaborare con la giustizia. Un fine pena mai incassato senza battere ciglio, ma senza mai farsi accarezzare dall’idea di seguire le orme degli ex alleati. Anche e soprattutto per questo la notizia del pentimento del suo primogenito fu accolta con sconcerto e forte disprezzo negli ambienti criminali.
Tommaso Schisa conosceva i clan, gli equilibri criminali, gli uomini e le donne dei clan e soprattutto conosceva bene i segreti.
Per questo la sua scelta generò una reazione immediata.
Le intercettazioni raccontano ore convulse. Telefoni che squillano senza sosta, familiari che si rincorrono, donne che cercano informazioni, detenuti che vengono avvisati, esponenti dei clan convocati per comprendere la portata della minaccia.
Le domande alle quali tutti gli interpreti della malavita locale che si attivarono come sentinelle per reperire informazioni utili a fugare i dubbi, erano prettamente due: quanto sa Tommaso? ma soprattutto: quanto racconterà?
Gabriella Onesto è tra le prime a comprendere il pericolo. Non teme soltanto le conseguenze personali, ha paura degli effetti a catena.
Sa che un collaboratore di giustizia non mette a rischio soltanto se stesso o la sua famiglia, può compromettere anni di relazioni criminali, affari economici, protezioni reciproche, patti di sangue. È per questo che la sua prima preoccupazione è verificare quali informazioni Tommaso possa possedere sul suo conto.
Gli affari delle case, la gestione degli alloggi popolari, le attività economiche, i rapporti con gli altri clan. Ogni dettaglio potrebbe trasformarsi in un tassello utile per magistrati e investigatori.
Da quel momento la strategia è una sola: fermarlo. Tentare di tutto per indurlo a tornare sui suoi passi e ritrattare.
Non importa come.
Le pressioni arrivano da ogni direzione, vengono coinvolti i familiari, in primis la sorella, ma anche gli affiliati detenuti nel suo stesso carcere.
Non a caso, Tommaso Schisa, dopo aver reso il suo primo interrogatorio, denuncia di essere stato avvicinato da un detenuto lavorante del carcere di Secondigliano, tale”Ginetto”, indicandolo come un affiliato al clan De Micco, poi transitato nelle fila dei Minichini. Proprio per conto di Michele Minichini lo aveva avvicinato e gli aveva chiesto di ritrattare. Tommaso finge di acconsentire, ma poi denuncia l’accaduto.
”Lunedì scorso, in serata, dopo il mio primo interrogatorio, mentre ero cella qui a Secondigliano, sono stata chiamato da Ginetto detenuto lavorante, ex appartenente ai De Micco, poi passato al clan Minichini. Egli si è avvicinato a me e mi ha riferito di essere stato mandato da Minichini Michele che mi chiedeva di ritrattare, di pensare alla mia famiglia e in particolare a mia madre e mi ha assicurato che, se avessi ritrattato, le mie precedenti azioni non avrebbero avuto alcuna conseguenza. Preso alla sprovvista, ho assicurato a Ginetto che avrei fatto così. Immediatamente dopo che Ginetto si è allontanato, ho detto tutto quello che era accaduto alla Polizia Penitenziaria che, il giorno successivo, mi ha fatto visionare la foto segnaletica di Ginetto…..”. Tommaso viene immediatamente trasferito in un altro carcere.
Proprio all’indomani di questo episodio e del successivo trasferimento di Schisa, il clan comprende che il problema è più grave del previsto, perché non si trova davanti a un uomo confuso o esitante, ma a qualcuno che ha già scelto.
La differenza è enorme.
Nella storia della camorra molti hanno minacciato di collaborare, alcuni hanno vacillato, alltri hanno cercato di trattare.
Tommaso no. Continua a parlare, continua a fornire elementi, continua a consegnare pezzi di verità alla magistratura. Proprio non vuole saperne di tornare sui suoi passi, sembra anzi fortemente intenzionato a guardare avanti per continuare a percorrere con convinzione la strada intrapresa, senza mai voltarsi indietro per recriminare.
Ed è proprio questa fermezza a terrorizzare il clan, perché gli arresti possono essere affrontati, le condanne possono essere scontate, le guerre possono essere combattute, ma le informazioni di cui è a conoscenza un pentito rappresentano un nemico invisibile.
Nessuno sa quando e cosa dirà, chi saranno gli alleati coinvolti, quali retroscena verranno rivelati agli inquirenti.
Per questo motivo un collaboratore di giustizia può fare più paura di cento carabinieri.
Le forze dell’ordine possono colpire il clan dall’esterno, mentre un pentito lo colpisce dall’interno.
E quando la fiducia si rompe all’interno di un’organizzazione criminale, nessun sistema di potere resta davvero al sicuro.
Tommaso Schisa non ha soltanto deciso di collaborare con la giustizia, ha incrinato un meccanismo che sembrava indistruttibile.
Ha dimostrato che persino chi è cresciuto nella camorra può scegliere un’altra strada ed è proprio questo scenario che continua a spaventare i clan più di qualsiasi operazione di polizia, perché Tommaso è riuscito a compiere un’altra impresa che sembrava impossibile: convincere sua madre Luisa De Stefano a seguire le sue orme. Lei, proprio lei, la donna che lo ha allevato a pane e camorra, da tempo immemore radicata nelle dinamiche camorristiche dell’area orientale di Napoli, ricoprendo un ruolo tutt’altro che marginale. Le conseguenze della collaborazione con lo Stato di madre e figlio hanno già sortito un effetto devastante per i familiari e gli alleati: il fine pena mai incassato per gli omicidi che tra il 2016 e il 2018 hanno macchiato di sangue le strade di Ponticelli.










