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8 maggio 1998: uccisi due innocenti, Mariangela Anzalone e il nonno Giuseppe Biccheri

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
7 Maggio, 2026
in Cronaca
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8 maggio 1998: uccisi due innocenti, Mariangela Anzalone e il nonno Giuseppe Biccheri
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L’8 maggio 1998 è una data che a Oppido Mamertina resta impressa come una delle pagine più dolorose della sua storia recente. In quel giorno, in un agguato di ‘ndrangheta nato nell’ambito di una faida che insanguinava il territorio, persero la vita Mariangela Anzalone, 9 anni, e suo nonno Giuseppe Biccheri, 54 anni.

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Una famiglia comune, senza legami con la criminalità organizzata, travolta per una tragica coincidenza.

La dinamica ricostruita dagli inquirenti parla di una scena di violenza maturata poche decine di metri prima, davanti a un negozio del centro, dove era appena stato consumato un duplice omicidio legato a una faida tra clan locali.

I killer, usciti dall’esercizio commerciale, avrebbero visto sopraggiungere un’auto grigia, una Fiat Croma, scambiandola per quella dei rivali. A bordo c’era invece la famiglia Biccheri-Anzalone, completamente estranea agli ambienti criminali.

In pochi secondi, una raffica di colpi ha trasformato quell’errore in una strage.

A perdere la vita sul colpo furono Mariangela e il nonno Giuseppe. Con loro viaggiavano anche la madre della bambina, la nonna e un altro bambino, tutti rimasti gravemente feriti.

La piccola Mariangela era conosciuta in paese come una bambina brillante e sensibile, soprannominata a scuola la “piccola infermiera” per la sua attenzione verso i compagni.

La tragedia proseguì all’ospedale di zona, dove si consumò un’altra scena simbolica della violenza di quegli anni. Con una sola sala operatoria disponibile, i medici furono costretti a scegliere chi intervenire per primo tra i feriti.

Una scelta drammatica che racconta il livello di emergenza sanitaria e sociale vissuto in quei momenti, mentre altre vite lottavano tra la vita e la morte.

L’agguato si inseriva in una lunga scia di sangue che tra gli anni Ottanta e Novanta aveva colpito il territorio aspromontano. Secondo le ricostruzioni, la faida aveva già provocato decine di vittime, in un contesto in cui il controllo del territorio da parte delle cosche si intrecciava con vendette incrociate e regolamenti di conti.

Una spirale di violenza che, in molti casi, colpiva anche innocenti.

Nella scuola frequentata dalla bambina, il dolore fu immediato e profondo. Insegnanti e compagni la ricordarono come una bambina generosa, attenta agli altri, molto legata alla famiglia e alla vita scolastica.

Un banco vuoto, fiori bianchi e una sedia capovolta divennero il simbolo di un’assenza impossibile da spiegare a dei bambini.

Negli anni successivi, la storia di Mariangela e del nonno Giuseppe è diventata simbolo delle vittime innocenti di mafia in Calabria. Ogni anniversario viene ricordato con cerimonie, messe e momenti di riflessione promossi da scuole, istituzioni e associazioni antimafia.

Un modo per trasformare una tragedia in memoria condivisa e per ribadire che, anche nei territori più colpiti dalla criminalità organizzata, esistono storie che chiedono giustizia e non devono essere dimenticate.

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