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A Napoli si continua a morire di lavoro: le storie di Pasquale, Ciro e Fabio

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
30 Aprile, 2026
in In evidenza, News
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Il 1° maggio 2026, a Napoli, non è solo una sequenza di incidenti sul lavoro.
È un racconto più ampio, fatto di giovani vite spezzate mentre lavoravano, o mentre cercavano semplicemente di costruirsi un futuro onesto.

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Storie diverse, contesti diversi, ma unite da un filo comune: la fragilità di chi prova a restare dalla parte giusta.

Pasquale Perna, morto in fabbrica ad Acerra

Tra i casi più recenti c’è quello di Pasquale Perna, 37enne di Cercola, operaio in un impianto di trattamento rifiuti ad Acerra. Una giornata come tante, finita nel peggiore dei modi. Le cause sono ancora da chiarire: si parla di una possibile caduta o di un incidente con un muletto. Trasportato d’urgenza in ospedale, è morto poco dopo. Era padre di due bambine, era un lavoratore onesto.

Ciro Mennella, la sicurezza che non arriva mai

La morte di Ciro Mennella , 46enne di San Gennaro Vesuviano, si inserisce nello stesso solco. Un’altra vita persa mentre si lavorava, un altro nome che si aggiunge a una lista che cresce senza sosta. Anche qui, come spesso accade, restano le indagini, i rilievi, le responsabilità da accertare, ma il dato concreto è uno: un uomo uscito per lavorare e mai più tornato.

È morto sabato 18 aprile a Napoli, nel cuore della città, lungo via dei Mille, tra le vetrine dello shopping di lusso. Stava lavorando alla nuova sede della gioielleria Monetti quando è caduto da una piccola scala mentre tinteggiava una parete. Una caduta che non gli ha lasciato scampo: i colleghi hanno sentito il tonfo, si sono girati, ma per lui non c’era già più nulla da fare.

Fabio Ascione, ucciso dopo una serata di lavoro

Poi c’è una storia che esce dalle statistiche, ma che racconta lo stesso contesto fatto di precariato e che racconta la giovane vita di un ragazzo che per racimolare qualche euro in più ha lavorato la sera di Pasquetta, quando i suoi coetanei solitamente si concedono ore di svago e divertimento.

Fabio Ascione, 20 anni, incensurato, estraneo a qualsiasi logica criminale. La sera di Pasquetta aveva scelto di lavorare. Un turno al bingo di Cercola, per guadagnare qualcosa in più. Una scelta semplice, concreta che tanto racconta del ragazzo che era e dell’uomo che intendeva diventare. Quella sera, Fabio voleva solo tornare a casa con qualche soldo in tasca, ma a casa non è mai arrivato.

All’alba, a pochi passi dalla sua abitazione, a Ponticelli, è stato raggiunto da un colpo di pistola al petto durante una dinamica legata a una faida tra gruppi di giovani. Un colpo partito accidentalmente dalla pistola maneggiata dal nipote 23enne di uno dei ras del clan De Micco, l’organizzazione camorristica che detiene il controllo del territorio e che ha adibito a suo arsenale le “Case di Topolino”, il plesso di edilizia popolare di via Carlo Miranda dove Fabio Ascione viveva e dove la sua vita si è interrotta, a pochi passi da casa.

Mettere insieme queste storie non è un esercizio forzato.

Perna muore in fabbrica, Mennella mentre lavora, Ascione dopo un turno di lavoro, in un territorio attraversato da violenza e controllo criminale.

Tre contesti diversi, ma un’unica realtà: in alcuni luoghi, lavorare non basta a proteggerti.

C’è un confine che dovrebbe essere chiaro: quello tra chi lavora e chi rischia la vita, ma in troppi casi, in casi come questi, quel confine si spezza.

E allora succede che si muore mentre si lavora, si muore tornando dal lavoro.

Non sono storie isolate

Pasquale.
Ciro.
Fabio.

Non sono storie isolate, ma vite che raccontano una realtà che si continua ad ignorare e un destino che seguita a ripetersi, perché il precariato e il lavoro in condizioni di totale insicurezza, ormai, rappresentano la normalità. Il doveroso e triste compromesso da accettare per portare a casa i soldi necessari per sfamare i figli e contribuire al mantenimento familiare. Anche se questo significa rischiare la vita e, i casi come quelli di Pasquale, Ciro e Fabio, perdere la vita.

Le loro storie raccontano di un sistema che ancora fatica a garantire sicurezza, dignità e futuro e di territori dove il lavoro non è sempre una protezione, ma a volte solo un altro punto di partenza fragile.

E finché queste storie continueranno ad accumularsi, parlare di emergenza non basterà più, perché quando le tragedie diventano abitudine, il problema è già fuori controllo.

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