Diversi mesi prima di avviare il percorso di collaborazione con la giustizia, Giovanni Braccia, figura apicale del clan De Martino di Ponticelli, da sempre addentrato nelle dinamiche camorristiche della periferia orientale di Napoli, aveva già preso concretamente le distanze da quel mondo.
Una decisione scaturita da un evento traumatico. la malattia della moglie, alla quale avevano diagnosticato un tumore proprio in quel periodo. Un fatto che segnò Braccia e lo addolorava moltissimo, perché per la prima volta era riuscito a rendersi conto di cosa volesse dire sentirsi impotente davanti a un male infimo e incurabile, proprio come la camorra. Un paragone che la giornalista Luciana Esposito aveva riportato spesso nei suoi articoli e probabilmente anche per questo, quando in Braccia scattò la molla che lo portò a dissociarsi dalla criminalità organizzata, decise di contattare la direttrice di Napolitan.it per iniziare a collaborare attivamente alle sue inchieste, fornendo notizie e materiale esclusivo.
Una collaborazione che era iniziata qualche mese prima di Pasqua 2024: una ricorrenza che imponeva uno dei tre appuntamenti annuali con le richieste estorsive imposte dai clan ai commercianti del quartiere Ponticelli. Braccia lavorava in una salumeria nel rione Incis, lo stesso rione doveva abitava da sempre, ma non solo per quello conosceva i nomi di tutte le attività commerciali della zona presso le quali gli emissari del clan sarebbero andati a battere cassa.
“Dottorè, quest’anno li dobbiamo bruciare sul tempo”: con questa premessa Braccia consegnò alla giornalista le informazioni utili a ricostruire quello che di lì a poco sarebbe accaduto. Non solo i nomi delle attività commerciali che avrebbero ricevuto la visita del referente del clan, ma anche un identikit dettagliato della persona che avrebbe provveduto a ritirare il denaro per conto dei cosiddetti “XX”.
Braccia ricostruì uno scenario cruciale, secondo il quale, dopo il tentato omicidio del ras Ciro Naturale, i De Micco avrebbero rotto gli accordi, invadendo la zona storicamente controllata dai De Martino, lasciando a questi ultimi, oltre ad alcune attività del rione Incis, solo parte delle attività commerciali di via Provinciale Botteghelle di Portici, mentre i restanti negozi, fino a via Argine, sarebbero passati sotto il controllo diretto del clan egemone.
Un’imposizione introdotta proprio all’indomani del tentato omicidio di Naturale, sul quale ci sarebbe proprio la firma degli XX, così come confermato agli inquirenti dalla stessa vittima. Il duro prezzo da pagare per aver tentato di eliminare il reggente dei De Micco che secondo quanto dichiarato da Braccia, in quel momento storico intendevano marcare il territorio per tenere a bada gli alleati dissidenti.
I De Micco erano impegnati in una meticolosa attività di rastrellamento della zona dei De Martino, tutt’altro che intenzionati ad accontentarsi di un magro bottino. In questo clima, Braccia raccontò che nel corso della serata di giovedì 21 marzo, un gruppo composto da sette soggetti, capeggiati dal reggente del clan dei cosiddetti “XX”, si sarebbe riversato tra le strade del quartiere, tutti armati e intenzionati a dare la caccia a un “De Micco da stanare” proprio per ridimensionare i piani dei “bodo”.
“Questo lo scenario che emerge dalle segnalazioni giunte nelle ultime ore alla redazione del nostro giornale da parte di alcune persone che hanno provveduto a fornire anche l’elenco dettagliato delle attività commerciali alle quali, nei prossimi giorni, farà visita un emissario del clan De Martino per riscuotere la tangente di Pasqua. Si tratta di un soggetto vicino al clan dei cosiddetti “XX”, seppure non direttamente addentrato nelle dinamiche interne. Una sorta di insospettabile per le forze dell’ordine, malgrado si tratti di un “volto noto” del rione Fiat.”
Terminava così uno dei primi articoli pubblicati su “Napolitan” in cui erano riportate le informazioni fornite da una persona che attualmente figura tra i collaboratori di giustizia più importanti ed attendibili al vaglio della DDA di Napoli.
Braccia non raccontava la camorra da spettatore, non era un semplice salumiere che all’interno della sua bottega aveva modo di carpire le chiacchiere del rione: si muoveva con enorme disinvoltura sullo scacchiere camorristico ponticellese. Conosceva le mosse in anticipo, veniva costantemente informato di quello che accadeva. Proprio lì, nella sua salumeria, per sua stessa ammissione, avvenivano summit e riunioni nell’ambito delle quali si decidevano le sorti del clan.
Negli ultimi mesi vissuti da uomo libero, Braccia ha usato quella posizione privilegiata per contrastare il “tumore camorra”, fornendo continue e preziose informazioni alla giornalista. Le estorsioni di Pasqua furono uno dei primi banchi di prova utili a confermare la sua attendibilità e Braccia superò a pieni voti quell’esame: l’articolo in cui erano riportate tutte le informazioni che aveva fornito fu il primo, inaspettato sussulto che portò i clan operanti sul territorio a comprendere che quelle notizie scaturivano da una clamorosa fuga di notizie. Troppi dei dettagli riportati erano accessibili a una cerchia ristretta di persone, necessariamente in quel ventaglio ristretto di nomi doveva celarsi “l’infame”, ma mai, nessuno, in quel momento storico avrebbe pensato che potesse essere proprio lui, il ras camuffato da salumiere, imparentato con i D’Amico di San Giovanni a Teduccio e del rione Conocal di Ponticelli, con un passato travagliato e una fitta rete di contatti e interessi. Nessuno conosceva le sue reali intenzioni, meno che mai Braccia aveva palesato quel forte e sincero desiderio di voltare le spalle alla camorra e a tutto ciò che rappresenta a soggetti legati agli ambienti malavitosi. Si era confidato solo con una persona: la giornalista che da quel momento ha custodito le sue confidenze, oltre alle sue segnalazioni, assistendo a quel processo di redenzione da una postazione privilegiata.
Braccia sosteneva che pubblicando tempestivamente quell’articolo, gli “XX” si sarebbero allarmati, perché avrebbero temuto un’imboscata da parte delle forze dell’ordine. E così fu.
Forse proprio per non restare vincolato a quelle tre date fisse, il clan ha cambiato strategia, pretendendo di riscuotere una quota fissa mensile. Una velleità animata soprattutto dal desiderio di non accontentarsi delle briciole e di imporre il controllo del territorio anche e soprattutto esercitando una forma di potere totalitario su chi fai impresa, sprezzante delle conseguenze.










