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1° aprile 1988, la “strage del venerdì santo” a Torre del Greco: cameriere 61enne vittima innocente di un agguato

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
31 Marzo, 2026
in Cronaca
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Il 1° aprile 1988, a Torre del Greco, si consuma una delle pagine più drammatiche della storia criminale dell’area vesuviana: la cosiddetta “strage del Venerdì Santo”, un agguato di camorra che lascia sul campo quattro morti e che, ancora oggi, rappresenta il simbolo della violenza cieca delle faide tra clan.

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Tra le vittime c’è anche un innocente: Domenico Di Donna, 61 anni, cameriere della trattoria “Taverna del Buongustaio”, colpito da un proiettile vagante mentre stava semplicemente svolgendo il suo lavoro.

Quel giorno, nel ristorante del centro storico, era in corso un pranzo tra esponenti della malavita locale quando un commando armato fece irruzione aprendo il fuoco all’impazzata. I killer spararono senza esitazione contro il gruppo seduto a tavola, colpendo a morte Ciro Fedele e Salvatore Magliulo; Antonio La Rocca, gravemente ferito, morirà poco dopo in ospedale.

Nel caos della sparatoria, un proiettile raggiunse anche Domenico Di Donna, trasformandolo in una vittima innocente di una guerra che non gli apparteneva. L’agguato fu organizzato per vendicare l’uccisione di Vincenzo Gargiulo, fratello di un boss locale, e si inserisce nel contesto di una sanguinosa faida tra i clan Galliano-Mennella e Gargiulo, che tra il 1986 e il 1991 trasformò Torre del Greco in un campo di battaglia.

In quegli anni, il controllo del traffico di droga, delle estorsioni e degli appalti pubblici alimentava uno scontro feroce per il predominio sul territorio, in una città già segnata dalla crisi economica e dalla disoccupazione, terreno fertile per l’espansione della criminalità organizzata.

La strage del Venerdì Santo rappresentò uno dei momenti più alti di quella escalation di violenza, con un bilancio che scosse profondamente l’opinione pubblica e mise in evidenza il clima di paura e omertà che soffocava il territorio. Le indagini individuarono rapidamente il movente e i possibili responsabili, ma la giustizia arrivò con enorme ritardo: solo trent’anni dopo, una sentenza di primo grado ha provato a fare luce su quei fatti, con condanne complessive che superano di poco i 50 anni di carcere per gli imputati.

Un epilogo giudiziario che, per molti, non ha restituito pienamente giustizia alle vittime.

La storia di Domenico Di Donna resta così il simbolo più amaro di quella giornata: un uomo qualunque, estraneo alle logiche criminali, ucciso per caso da una violenza indiscriminata.

Il suo nome si aggiunge alla lunga lista di vittime innocenti della camorra, ricordando quanto, nelle guerre di potere delle organizzazioni criminali, a pagare siano spesso i più indifesi, colpevoli soltanto di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

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