Si avvicina una nuova, decisiva tappa giudiziaria nel caso di Donato Monopoli, il giovane di 26 anni morto dopo una brutale aggressione avvenuta nel 2018. Lunedì 23 marzo si terrà l’udienza dell’Appello bis, disposta dopo il pronunciamento della Corte di Cassazione che ha riaperto uno dei casi più dolorosi e discussi degli ultimi anni.
La storia di Donato Monopoli affonda le sue radici in quella notte di violenza che ha cambiato per sempre la vita della sua famiglia. Il giovane fu aggredito in circostanze che, fin dall’inizio, hanno sollevato interrogativi e portato a un lungo iter giudiziario fatto di indagini, processi, sentenze e successivi ricorsi.
Dopo una prima fase processuale e il giudizio in Appello, la vicenda è arrivata fino in Cassazione. La Suprema Corte ha disposto un nuovo esame, aprendo la strada all’Appello bis, che rappresenta oggi un passaggio cruciale per arrivare a una verità definitiva.
Per i familiari, però, il tempo trascorso non ha mai attenuato il dolore. Al contrario, ogni passaggio giudiziario ha significato rivivere quella tragedia, in un percorso che dura ormai da quasi otto anni.
L’udienza del 23 marzo assume un valore fondamentale: sarà un nuovo momento di confronto processuale, in cui verranno nuovamente analizzati fatti, responsabilità e ricostruzioni già oggetto di anni di indagini.
Per la famiglia Monopoli, non si tratta soltanto di un passaggio tecnico. È, soprattutto, un momento carico di aspettative e di tensione emotiva. La richiesta è una sola: arrivare finalmente a una sentenza chiara, definitiva e giusta.
In vista di questa nuova udienza, i genitori di Donato hanno voluto rendere pubblica una lettera aperta, un appello forte e carico di dolore, rivolto non solo ai giudici ma all’intera società.
Scriviamo queste righe con il cuore pesante, ma con la schiena dritta. Siamo arrivati a un nuovo, sofferto bivio: dopo il pronunciamento della Suprema Corte di Cassazione, ci attende ora un processo d’Appello Bis. Per molti questi sono solo termini tecnici, passaggi procedurali o freddi rinvii tra aule di tribunale. Per noi, che siamo i genitori di Donato, ogni nuova udienza è una ferita che si riapre, ogni rinvio è un respiro tolto alla memoria di nostro figlio e un peso che si aggiunge a un dolore che portiamo addosso da troppo tempo.
Sono passati quasi otto anni da quella terribile aggressione e quasi sette da quando Donato ci ha lasciato per sempre. Sette anni di silenzi, di vuoto a tavola, di sogni spezzati. Eppure, dopo tutto questo tempo, siamo ancora qui. Siamo ancora fermi sulla soglia di un tribunale a chiedere ciò che spetta di diritto a ogni essere umano: la verità.
Donato aveva solo 26 anni. Era un ragazzo pieno di sogni, con progetti pronti a decollare e un sorriso che aveva il potere di riscaldare anche le giornate più piovose. Quel sorriso è stato spento per sempre in una notte di violenza inaccettabile. Da quel tragico giorno, la nostra vita è cambiata radicalmente: è diventata una missione sacra. La missione di dare a nostro figlio la dignità di una sentenza che sia finalmente giusta, definitiva e indiscutibile.
Tornare in aula per un Appello Bis significa per noi ripercorrere l’inferno dall’inizio. Significa dover dimostrare ancora una volta ciò che è evidente, lottare contro il tempo che scorre inesorabile e contro il rischio che l’oblio cali su questa vicenda dopo quasi un decennio. Ma la verità non può e non deve essere soggetta a stanchezza. La responsabilità di chi ha tolto la vita a un ragazzo innocente non può essere diluita o sfumare tra le pieghe dei codici e dei tecnicismi giuridici.
Ci rivolgiamo direttamente ai giudici che siederanno in quell’aula: dietro i faldoni che sfoglierete, dietro ogni perizia e ogni testimonianza, ci sono gli occhi di Donato che vi guardano. C’è una famiglia distrutta che non cerca vendetta, ma una giustizia che sia specchio dei fatti, chiara e commisurata all’immenso valore di una vita umana.
Ci rivolgiamo anche alla società civile e a chiunque abbia a cuore il futuro dei nostri giovani: non lasciateci soli proprio adesso. La vicenda di Donato riguarda i figli di tutti noi. Un Paese in cui si può morire a 26 anni, e dopo quasi otto anni non si ha ancora una parola definitiva sulla colpevolezza, è un Paese che deve riflettere sul senso della propria giustizia.
Non sappiamo quanto sarà ancora lungo e tortuoso questo cammino, ma sappiamo con certezza che lo percorreremo insieme, fino all’ultimo centimetro, senza mai indietreggiare. Lo dobbiamo a Donato, lo dobbiamo alla sua innocenza. La nostra speranza è che l’Appello Bis riconosca, una volta per tutte, il peso incalcolabile di ciò che ci è stato tolto.
Giustizia per Donato. Perché la nostra sete di verità non si fermerà mai, finché non avremo pace.
Il caso di Donato Monopoli è diventato negli anni simbolo di una battaglia più ampia: quella per la giustizia, per la certezza delle responsabilità e per il rispetto della memoria delle vittime. Lunedì 23 marzo non sarà solo un’altra udienza. Sarà un momento carico di attesa, in cui si incrociano dolore, speranza e il bisogno, mai sopito, di una verità definitiva.











