Aveva appena 25 anni, una figlia piccola e tutta la vita davanti. La storia di Valentina Colella è una delle tante tragedie che negli anni hanno segnato il dramma del femminicidio in Italia, lasciando una ferita profonda nella sua famiglia e nella comunità di Spigno Saturnia, in provincia di Latina.
La sera del 15 marzo 2011, Valentina fu uccisa con due colpi di pistola dall’ex compagno Carlo Emanuele Caliman, all’epoca agente della polizia provinciale. La loro relazione era terminata e come spesso accade quella sera aveva voluto incontrare Valentina per un chiarimento. L’incontro si trasformò in una discussione che culminò nell’omicidio della 25enne.
Secondo le ricostruzioni investigative, i due si erano fermati in via Fornello, una zona periferica del paese. Durante il confronto l’uomo ha estratto la pistola d’ordinanza, una Beretta calibro 9×21, e sparò più colpi contro la giovane. Valentina tentò di fuggire dall’auto, ma i proiettili la raggiunsero al fianco e al collo, uccidendola. Caliman si costituì poco dopo al commissariato di Formia.
All’epoca dei fatti Valentina era una giovane commessa e madre di una bambina di appena sei anni, Martina, nata da una precedente relazione. La piccola rimase improvvisamente senza la madre, diventando una delle tante vittime indirette della violenza di genere.
Il processo si concluse con la condanna dell’uomo a 21 anni di carcere, pena poi ridotta. L’uomo si è appellato a una “temporanea incapacità di intendere e volere”, rafforzata dalla tesi che dopo aver ucciso l’ex compagna aveva tentato di togliersi la vita. Un tentativo di suicidio non andato a buon fine per ragioni che esulano dalla sua volontà, in quanto l’arma si era inceppata.
Nel corso degli anni la vicenda è rimasta un simbolo del dramma dei femminicidi, una tragedia che continua a interrogare l’opinione pubblica sulla violenza contro le donne e sulle dinamiche di possesso e controllo che spesso la alimentano.Con il passare del tempo, la memoria di Valentina è stata portata avanti soprattutto da sua figlia Martina Floriano, che da adulta ha scelto di raccontare la storia della madre per sensibilizzare i giovani sul tema della violenza di genere. Oggi studia Scienze dell’Investigazione e della Sicurezza e partecipa a incontri nelle scuole e nelle università per parlare di rispetto e consapevolezza. In occasione dell’anniversario della morte, Martina ha voluto ricordare sua madre con semplici, ma profonde parole:
Sono passati quindici anni dalla morte di mia madre, ma il suo ricordo continua ad accompagnarmi ogni giorno. Il tempo non cancella ciò che è accaduto, ma insegna a trasformare il dolore in memoria e responsabilità.
Per me è importante che mia madre venga ricordata prima di tutto per la persona che era: una donna, una madre, una presenza piena di amore e di forza.
La sua vita non può e non deve essere ridotta alla violenza che l’ha ridotta a un corpo senza più respiro.
Era molto di più, ed è così che merita di essere ricordata.
La sua morte ha rivelato la crudeltà di chi invece di proteggerla e amarla l’ha distrutta.
Non si tratta solo di una vita strappata via, ma di un sogno infranto, di una donna che
aveva il diritto di vivere liberamente, senza paura, senza che nessuna mano potesse
toglierle la dignità e la vita.
Oggi la sua memoria mi auguro che possa diventare un impegno collettivo: continuare a costruire una società più giusta, fondata sul rispetto, sull’educazione e sulla dignità delle donne. Un mondo in cui nessuna donna debba vivere nella paura e nessuna famiglia debba affrontare una perdita così ingiusta.
Ricordare mia madre significa anche credere che questo cambiamento sia possibile. Perché il vero modo di onorarne la memoria è lavorare, ogni giorno, affinché tutte le donne possano vivere libere, rispettate e al sicuro.
A distanza di anni, la sua storia continua a rappresentare un monito: dietro ogni femminicidio non c’è solo una vita spezzata, ma anche una famiglia e una comunità che restano segnate per sempre.











