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Accoltellata alla fermata del bus a Napoli, il racconto della 31enne: “In questa storia ci sono due vittime”

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
14 Marzo, 2026
in In evidenza, News
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Accoltellata alla fermata del bus a Napoli, il racconto della 31enne: “In questa storia ci sono due vittime”
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Una sera qualunque trasformata in un incubo. È il racconto dell’avvocata napoletana Alessia Viola, aggredita con un coltello su un autobus in piazza Quattro Giornate, al Vomero, lo scorso venerdì 6 marzo. Una vicenda drammatica che ha scosso la città e che la stessa legale ha voluto raccontare con parole che vanno oltre la cronaca, riflettendo anche sul disagio sociale e psicologico che può nascondersi dietro episodi di violenza in quanto, il 39enne che l’aveva sequestrata e accoltellata più volte, era affetto da problemi psichici e nei giorni scorsi si è tolto la vita mentre era ricoverato in ospedale.

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“In questa storia c’è stato un disagio non intercettato. Sono fuggiti tutti dal mezzo, devo la mia vita al conducente. Qualcosa non ha funzionato in questa catena di eventi. E quell’uomo è stato lasciato solo”, ha dichiarato l’avvocata in un’intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno, sottolineando come, a suo avviso, la vicenda abbia due vittime: lei e il suo aggressore.

Secondo il racconto della legale, l’uomo si trovava già sotto la pensilina della fermata dell’autobus e appariva in evidente stato di alterazione. Poco prima, avrebbe lasciato la vicina caserma dei carabinieri, dove si era recato per lamentare una situazione che, a suo dire, non veniva presa in considerazione.

“Quell’uomo era lì, con me, sotto la pensilina dei bus di piazza Quattro Giornate. Era appena venuto via dalla vicina caserma dei carabinieri e si stava lamentando ad alta voce. Sosteneva che non veniva preso in considerazione”, ha raccontato Viola. Anche durante l’aggressione, ha spiegato la legale, l’uomo continuava a ripetere di sentirsi minacciato e sotto ricatto.

La sera dell’aggressione sembrava inizialmente scorrere come tante altre. L’avvocata stava semplicemente aspettando il bus per tornare a casa dopo il lavoro. Quando il mezzo si è fermato, l’uomo è salito per ultimo e si è sistemato proprio alle sue spalle, nonostante a bordo ci fossero numerosi posti liberi.

Pochi istanti dopo è iniziato l’attacco. “Poi mi ha sferrato un primo fendente al braccio. Io d’istinto ho alzato le mani e lui mi ha colpito ancora”, ha ricordato.

Sul bus, ha raccontato la donna, c’erano poche persone. Alla vista dell’aggressione si sono alzate e sono fuggite verso la parte anteriore del mezzo chiedendo al conducente di aprire le porte. “C’erano cinque o sei persone, si sono alzate tutte e sono fuggite verso il conducente”, ha spiegato.

Determinante, invece, è stato il comportamento dell’autista. “Devo molto a Davide, il conducente, che si è precipitato verso di noi ed ha preso tempo provando a calmare quell’uomo”, ha raccontato l’avvocata, ringraziando pubblicamente l’autista che è andato anche a trovarla in ospedale.

L’aggressione ha provocato ferite gravi. La donna è stata trasportata all’ospedale Cardarelli, dove è stata sottoposta a un intervento chirurgico alla mano sinistra. Una delle coltellate ha raggiunto anche la mandibola, arrivando pericolosamente vicino alla giugulare. “Quando mi hanno suturato la ferita alla mandibola mi hanno detto che il taglio è arrivato a un centimetro dalla giugulare”, ha spiegato. Ma oltre alle ferite fisiche resta il trauma di quei momenti. “È l’incubo vissuto quel che mi rimane dentro: mi sono sentita come in un film del terrore. Ma davvero sta capitando a me?, mi chiedevo”.

Nonostante la violenza subita, l’avvocata ha scelto parole che colpiscono per lucidità e umanità. “La società in cui viviamo produce abbandono, lascia sempre indietro qualcuno. Penso anche al dolore dei suoi genitori”, ha affermato.

Secondo la legale, qualcosa nella gestione di quella situazione non ha funzionato. A suo avviso, lo stato di alterazione dell’uomo avrebbe dovuto attivare un intervento sanitario. “Sarebbe bastato che i carabinieri avessero allertato il 118 oppure l’Asl dopo aver notato lo stato di alterazione di quell’uomo: non ci sarebbe stata l’aggressione né il tragico epilogo della sua morte”.

Parole che chiudono con un gesto sorprendente: il perdono. “Lo perdono perché fa bene a me”, ha concluso l’avvocata Alessia Viola, trasformando una vicenda di violenza in una riflessione più ampia sul disagio, sull’abbandono e sulla responsabilità collettiva di una società che troppo spesso non riesce a intercettare chi chiede aiuto.

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