La terza sezione della Corte d’Appello di Napoli ha ridimensionato in maniera significativa le condanne inflitte in primo grado a otto esponenti del clan De Martino, accusati di atti persecutori, minacce e violenze aggravate dal metodo mafioso.
Secondo l’accusa, gli imputati avrebbero imposto con la forza e con modalità tipicamente camorristiche l’affidamento temporaneo di una bambina, figlia di una giovane donna e di Salvatore De Martino, rampollo della famiglia criminale attiva nel quartiere di Ponticelli.
Il procuratore generale aveva chiesto la conferma delle pene di primo grado, definendo i fatti «aberranti», ma i giudici d’appello hanno dimezzato o comunque sensibilmente ridotto le condanne, per un totale complessivo di 30 anni e 10 mesi di reclusione.
Al centro del procedimento giudiziario vi è una vicenda familiare degenerata in un clima di intimidazione sistematica. Secondo l’impianto accusatorio, la famiglia De Martino avrebbe organizzato veri e propri “cortei” di affiliati per accompagnare i nonni paterni durante i prelievi e le riconsegne della bambina, in assenza di un formale provvedimento giudiziario che regolasse gli incontri.
Le indagini, culminate negli arresti del luglio 2024, hanno ricostruito un’escalation fatta di pressioni, minacce e atteggiamenti prevaricatori. Frasi come:
«Non avete capito con chi avete a che fare, a Ponticelli comando io» oppure «Quando esce mio figlio Antonio te la vedi con lui» sono finite agli atti come prova di un clima di terrore imposto per ottenere il controllo sugli incontri con la minore.
Tra i protagonisti della vicenda figurano Francesco De Martino e Carmela Ricci, nonni paterni della bambina, accusati di aver preteso di vedere la nipote facendo ricorso a metodi di stampo camorristico.
A fare da “scorta” vi sarebbero stati affiliati al clan, tra cui Felice Rea, indicato come l’uomo armato durante alcuni episodi. Gli incontri avvenivano nei pressi dell’attività commerciale dei nonni materni e sfociavano spesso in tensioni e minacce.
Un ruolo centrale, secondo l’accusa, lo avrebbe avuto lo stesso Salvatore De Martino che, nonostante fosse detenuto per altre vicende, sarebbe riuscito a mantenere contatti con l’ex compagna e con la figlia. La donna avrebbe riferito ai Carabinieri che De Martino utilizzava un telefono cellulare introdotto illegalmente in carcere, con presunte complicità interne ancora oggetto di accertamenti.
Prima di essere arrestato per altre vicende, De Martino si sarebbe presentato sotto casa dell’ex compagna intimandole: «Devi farmela vedere, allora non hai capito cosa succede», ricevendo in risposta: «E fammelo vedere cosa succede».
La Corte d’Appello ha dunque riformato parzialmente la sentenza di primo grado. Le accuse contestate agli imputati erano, a vario titolo: atti persecutori, lesioni personali, detenzione e porto in luogo pubblico di armi e aggravante del metodo mafioso.
Nonostante la gravità del quadro accusatorio, le pene sono state significativamente ridotte. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro trenta giorni.
Le condanne
- Francesco De Martino: 5 anni
- Carmela Ricci: 4 anni e 4 mesi
- Salvatore De Martino: 4 anni
- Gabriele Di Carluccio: 3 anni e 10 mesi
- Felice Rea: 3 anni e 10 mesi
- Luigi Pangia: 3 anni e 10 mesi
- Alessio Velotti: 3 anni e 10 mesi
- Francesco Punzo: 2 anni e 4 mesi
Resta ora da comprendere, attraverso le motivazioni della sentenza, quali elementi abbiano convinto i giudici d’Appello a ridimensionare le responsabilità rispetto alla pronuncia di primo grado.










