Le indagini della Procura di Napoli sul trapianto di cuore fallito che ha portato alla morte del piccolo Domenico, il bambino di 2 anni e mezzo deceduto lo scorso 21 febbraio all’ospedale Monaldi di Napoli, stanno svelando nuovi retroscena drammatici sulle fasi precedenti e successive all’intervento chirurgico dello scorso 23 dicembre. Il bambino è deceduto presso l’ospedale Monaldi di Napoli dopo un lungo calvario durato circa due mesi in terapia intensiva.
Dalle prime testimonianze raccolte dagli inquirenti emerge un elemento che potrebbe essere decisivo per la ricostruzione dei fatti: il cuore malato di Domenico sarebbe stato espiantato alle 14:18, circa quattro minuti prima che arrivasse il via libera ufficiale sull’organo sano prelevato a Bolzano. Il nuovo cuore da trapiantare, infatti, non era ancora giunto in ospedale al momento in cui i medici avevano già iniziato la procedura di rimozione dell’organo malato. Secondo quanto riferito, il cuore sano sarebbe giunto in sala operatoria intorno alle 14:30, quindi con un ritardo significativo rispetto alle tempistiche necessarie per una corretta perfusione dell’organo.
Le testimonianze raccolte tra i sanitari ascoltati dalla Procura raccontano di forti tensioni tra l’équipe medica nelle fasi preliminari al trapianto.
Nel corso di una riunione dello scorso 10 febbraio a cui ha partecipato anche il cardiochirurgo Guido Oppido, il chirurgo che avrebbe poi impiantato il cuore danneggiato, si sarebbe discusso in modo acceso proprio sulla tempistica dell’espianto rispetto all’arrivo dell’organo da Bolzano. Durante quel confronto, riferiscono i presenti, il cardiochirurgo avrebbe perfino sferrato un calcio a un termosifone, simbolo del clima di forte pressione e nervosismo che stava attraversando l’équipe.
Quando il contenitore con il cuore donato è stato aperto in sala operatoria, i medici e gli infermieri si sono trovati davanti a una scena drammatica: l’organo appariva come un blocco di ghiaccio, compromesso verosimilmente da un’esposizione a temperature troppo basse durante il trasporto.
Tre infermieri, ascoltati dagli investigatori, hanno descritto i tentativi disperati di salvare l’organo: dopo averlo estratto dal contenitore isotermico, avrebbero provato a scongelarlo con acqua fredda, poi tiepida e infine calda, nella speranza di ripristinare un tessuto utilizzabile per il trapianto.
Nonostante gli sforzi, il cuore non poté essere riportato alla giusta condizione, ma il cardiochirurgo decise comunque di procedere all’impianto, ritenendo di non avere alternative per cercare di salvare la vita del bambino.
Le testimonianze raccolte evidenziano anche difficoltà di comunicazione tra l’équipe partenopea e quella di Innsbruck, intervenuta in qualità di supporto durante la perfusione dell’organo. Tale comunicazione, secondo fonti investigative, si sarebbe svolta in lingua inglese, complicando la gestione delle criticità operative successivamente riscontrate.
Allo stesso tempo, emergono dubbi sulla conformità del contenitore utilizzato per il trasporto dell’organo e sul modo in cui sia stato preparato: secondo alcune testimonianze, il ghiaccio secco presente nel box sarebbe stato aggiunto da personale non adeguatamente specializzato.
Le nuove testimonianze lasciano intravedere non solo errori tecnici, ma una gestione complessa e conflittuale di una procedura di per sé delicatissima. Secondo quanto riferito, il padre di Domenico ha espresso nei giorni scorsi forte rabbia per come le fasi successive all’arrivo dell’organo si siano svolte, lamentando anche la mancanza di informazioni chiare da parte dei medici nei giorni seguenti l’intervento.
Le indagini sono attualmente in corso con l’ipotesi di omicidio colposo, e proseguono gli accertamenti per ricostruire con precisione tutti i passaggi critici della catena che porta dal prelievo dell’organo alla sua perfusione, passando per il trasporto e la gestione in sala operatoria.










