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Zuckerberg a processo: “Instagram non crea dipendenza, ma il filtro under 13 non ha funzionato”

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
23 Febbraio, 2026
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#finoadomani: la nuova challenge che impazza sui social
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In una delle udienze giudiziarie più seguite dell’anno, Mark Zuckerberg, fondatore e amministratore delegato di Meta Platforms, è salito al banco dei testi davanti alla Corte Superiore della Contea di Los Angeles per rispondere alle accuse secondo cui Instagram e altre piattaforme social creerebbero dipendenza nei giovani e causerebbero danni alla loro salute mentale. 

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La testimonianza, resa il 18 febbraio 2026 in un processo civile che ha catturato l’attenzione internazionale, mira a far luce su come i social network influenzano gli adolescenti e i bambini, e su quanto Meta abbia fatto – oppure non fatto – per tutelare gli utenti più fragili. 

Le accuse: dipendenza e danni mentali ai minori

La causa è stata intentata da una giovane di 20 anni, la quale sostiene di aver iniziato a usare Instagram a soli nove anni e di aver sviluppato nel tempo problemi di ansia, depressione e autolesionismo, imputando tali difficoltà all’uso precoce e prolungato delle piattaforme social. 

Gli avvocati della parte civile hanno portato in aula documenti interni e presentazioni di Meta che, a loro dire, dimostrerebbero come l’azienda fosse consapevole del fatto che molti utenti al di sotto dei 13 anni utilizzassero Instagram nonostante il divieto ufficiale, e che ciò non fosse un effetto collaterale ma parte di una strategia per aumentare l’engagement. 

Zuckerberg nega la dipendenza, ma ammette il problema under‑13

Nel corso della sua testimonianza, Zuckerberg ha negato che Instagram sia stato progettato per creare dipendenza, sostenendo che la piattaforma non intendeva deliberatamente spingere i giovani a un uso compulsivo. Ha ribadito che Meta non permette ufficialmente l’accesso ai minori di 13 anni, ma ha ammesso che la verifica dell’età non è efficace al 100% e che alcuni utenti mentono sull’età per iscriversi. 

Un altro punto significativo emerso in aula è stato il riconoscimento pubblico da parte di Zuckerberg della debolezza dei sistemi di protezione dell’età. Il CEO si è scusato con i presenti per il fatto che il filtro di Instagram pensato per impedire l’uso ai minori di 13 anni “non ha funzionato come previsto” e ha ammesso che avrebbero dovuto ottenere risultati migliori in questo campo. 

Difesa e critiche

Zuckerberg ha difeso le politiche di Meta affermando che sono state implementate “proactive tools” per individuare e rimuovere account di minori e che la compagnia continua a lavorare per migliorare queste tecnologie. Tuttavia, ha anche affermato che la responsabilità per verificare l’età dovrebbe essere condivisa con i produttori di dispositivi e gli app store, rendendo più difficile un controllo totale da parte della piattaforma stessa. 

Gli avvocati della parte lesa hanno invece evidenziato e‑mail e documenti interni da cui emerge che Meta, almeno in passato, aveva consapevolmente tollerato milioni di utenti sotto l’età minima, pur dichiarando pubblicamente l’impegno per la sicurezza dei minori. 

Un processo simbolico

Il processo non riguarda solo Instagram o Meta: coinvolge anche altre grandi piattaforme come YouTube, e rappresenta una delle cause pilota che potrebbero segnare una svolta normativa e giurisprudenziale nella responsabilità delle tecnologie digitali nei confronti della salute mentale dei giovani. 

Con migliaia di casi simili presentati negli Stati Uniti, l’esito di questa causa potrebbe iniziare a definire nuovi standard di responsabilità per le Big Tech e incrementare la pressione su legislatori e regolatori per adottare norme più rigide di tutela dell’età e sicurezza online.

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