Neanche la pioggia che continua a battere sul selciato si rivela in grado di rimuovere i segni della violenza efferata di cui è rimasta vittima Ylenia Musella, 22 anni, assassinata dal fratello Giuseppe, nel pomeriggio di ieri, martedì 3 febbraio, nel Parco Conocal di Ponticelli, il rione di residenza dei due ragazzi, cresciuti in fretta, come sovente accade nei contesti in balia del degrado e della criminalità.
E’ al vaglio degli inquirenti la versione del 28enne Giuseppe Musella, autore dell’omicidio della sorella, maturato al culmine di una lite per futili motivi: l’avrebbe aggredita con schiaffi e pugni e poi le avrebbe lanciato un coltello da cucina che l’ha raggiunta alla schiena. Inutile il disperato tentativo di scaricarla all’ospedale Villa Betania di via Argine, la sorella era già deceduta. Quando ha capito che non c’era più niente da fare per riportare in vita Ylenia, si è reso irreperibile, ha fatto perdere le sue tracce, ma si è sentito braccato dal corso degli eventi e si è costituito. Tanti, troppi i testimoni oculari che fin da subito hanno raccontato agli inquirenti cosa era accaduto. Le urla che hanno scandito le fasi topiche della lite hanno richiamato l’attenzione dei vicini che non si sono tirati indietro, collaborando attivamente alle indagini fin dalle prime fasi.
Quando si è trovato al cospetto degli inquirenti, Giuseppe Musella avrebbe spiegato che non voleva uccidere la sorella. Secondo riportato dai media, la lite sarebbe scaturita dal volume troppo alto dello stereo che gli impediva di riposare. Secondo quanto riferito alla redazione del nostro giornale da fonti investigative, invece, a mandare su tutte le furie il 28enne sarebbe stato un banale incidente domestico: il cane avrebbe urinato sul suo letto e lui avrebbe severamente rimproverato la sorella. L’unico dato certo è la futilità del movente. Al pari di quella dinamica, confermata anche da alcuni testimoni: Giuseppe Musella non avrebbe sferrato la coltellata letale colpendo la sorella alla schiena, ma la ferita sarebbe stata provocata lanciandole contro un coltello da cucina che si sarebbe conficcato nella schiena, provocando una lesione che non ha lasciato scampo alla giovane. Musella avrebbe confermato anche di aver trasportato la sorella in ospedale, insieme a sua madre, scarcerata di recente, per poi dileguarsi quando ho compreso la gravità del suo gesto. Del resto, le immagini del sistema il videosorveglianza di Villa Betania avevano già confermato che era stato il fratello a trasportare la vittima in ospedale.
Fonti investigative riferiscono che quando si è costituito che si sarebbe limitato a spiegare che non era sua intenzione uccidere la sorella, ma forte è il sentore che l’efferato fratricidio sia maturato in uno scenario segnato da un rapporto ben più ostico e minato da numerosi dissidi e incomprensioni. Una tesi rafforzata da quanto riferito da numerosi parenti e amici secondo i quali le liti erano all’ordine del giorno. La stessa Ylenia in un post pubblicato nel 2017, quando aveva appena 14 anni, per celebrare il compleanno del fratello, fa riferimento alle liti continue, descrivendole come parte integrante della loro quotidianità, seppure in un complessivo slancio d’amore incentrato soprattutto sulla loro condizione di ragazzi soli, resi temporaneamente orfani dallo status di detenuti dei genitori. Per svariati anni e fino a pochi giorni fa, suo fratello Giuseppe era l’unico familiare diretto in stato di libertà. All’incirca 10 giorni fa, i due hanno riabbracciato anche la madre, scarcerata dopo aver scontato una pena detentiva in carcere. Non si tratta dell’unico familiare che ha avuto guai con la giustizia: i due ragazzi sono cresciuti in una delle famiglie camorristiche più radicate nell’area orientale di Napoli, i Casella-Circone, poi confluiti nel clan D’Amico, operante proprio nel parco Conocal di Ponticelli.
La detenzione dello zio, del padre, del patrigno, della madre, l’omicidio della zia, la donna-boss Annunziata D’Amico, diventano frame che si incastonano tra gli scampoli di una vita grossomodo simile a quella di molti ventenni di questa generazione. I profili social di Giuseppe Musella raccontano un ragazzo appassionato di calcio, militante nella Zeta Napoli, una squadra di calcio dilettantistica, una realtà giovane e indipendente che negli ultimi anni si è fatta conoscere soprattutto per il suo progetto sportivo e sociale, più che per la categoria in cui milita. Un club non professionistico, attivo nei campionati dilettantistici campani. Sia lui che la sorella coltivavano passioni che gli consentivano di evadere dalla realtà grigia e fatiscente del rione in cui vivevano, ma non è bastato a fornire a Giuseppe gli strumenti culturali utili a strutturare valori e gesta quotidiane basandosi su ideali e principi diversi dalla violenza, principale linfa vitale di quell’humus camorristico che sembra incidere pesantemente sui fatti di cui si è reso autore.
Giuseppe Musella si trova ora recluso nel carcere di Secondigliano con l’accusa di omicidio volontario, mentre sarà l’autopsia a stabilire la causa della morte di sua sorella Ylenia.











