Il culto delle serate in discoteca, la cura dell’aspetto fisico, reel e video accompagnati dalle hit più in voga del momento, i lunghi capelli, prima rossi, poi biondi, gli amici, le vacanze, il divertimento: i profili social di Ylenia Musella, la 22enne uccisa nei pressi della sua abitazione, nel Parco Conocal di Ponticelli, racconta la storia, la vita e la quotidianità di una ragazza normale. Una delle tante ventenni di oggi, lo scorso weekend si era concessa quella che oggi sappiamo essere l’ultima serata in una discoteca di Taranto in compagnia delle amiche, un rituale che si ripeteva spesso nella quotidianità di Ylenia. Una routine interrotta bruscamente da una lite familiare, nel corso del pomeriggio di martedì 3 febbraio, e rapidamente degenerata. Il volto tumefatto dai lividi racconta che la giovane sarebbe stata colpita prima con schiaffi o pugni e poi accoltellata alla schiena. Troppo gravi le lesioni provocate dia fendenti che hanno compromesso organi vitali, quando Ylenia è arrivata all’ospedale Villa Betania di via Argine, i medici non hanno potuto fare nulla per salvarle la vita.
Una lite accompagnata da urla che hanno richiamato l’attenzione dei vicini che avrebbero indicato suo fratello Giuseppe come l’autore di quell’efferata aggressione costata la vita alla 22enne. Una sequenza violenta di eventi che si è consumata sotto casa Musella, in via la chiaro di luna, quartier generale del clan D’Amico. La stessa strada dove nel 2015 è andata incontro allo stesso destino anche la zia di Ylenia: Annunziata d’Amico detta “passillona”, madre di sei figli, uccisa all’età di 40 anni, quando ricopriva il ruolo di reggente del clan di famiglia. A differenza di quanto accaduto a Ylenia, la donna-boss fu assassinata in un agguato di stampo camorristico.
L’omicidio della zia non era l’unica cicatrice scavata nelle crepe della vita della 22enne. In quella casa di edilizia popolare nel rione Conocal, Ylenia viveva insieme a suo fratello. Sua madre era in carcere, al pari del suo compagno: un elemento di spicco del clan Casella-Circone, uno dei promotori della nascita del sodalizio camorristico poi capeggiato dai D’Amico e nato sui relitti del clan Sarno con l’intenzione di colmare il vuoto di potere scaturito dall’uscita di scena della cosca che per circa un trentennio ha dominato la scena camorristica. Quello che resta di quel disegno criminale, oggi, nel Conocal di Ponticelli, così come in molti altri rioni in balia della camorra, è la devastazione e la desolazione che puntualmente si ripercuote sulle vite dei reduci.
Seppure l’omicidio di Ylenia Musella non sia maturato in ambito camorristico, quell’ideologia, quel modo di vivere e di pensare giocano un ruolo cruciale che tanto racconta circa lo stato di abbandono in cui versano i figli degli interpreti della malavita: letteralmente abbandonati al loro destino. Senza alcuna forma di sostegno, supporto o tutela da parte dello Stato e delle istituzioni, al pari dei minori che vivono in casa con i genitori che vivono lasciandosi inspirare da quegli stessi valori e da uno stile di vita pericoloso e deleterio.
Lo sintetizza in maniera emblematica l’ultimo atto dell’ennesimo pomeriggio di sangue e orrore andato in scena nel rione Conocal: il corpo della giovane caricato su un’automobile e scaricato in ospedale, proprio come accade negli agguati di stampo camorristico, quando va in scena il disperato tentativo di salvare la vita alla vittima, guardandosi bene dal ritrovarsi in situazioni scomode o compromettenti, nell’ossequioso rispetto dell’omertà, uno dei principi cardine del “codice d’onore” camorristico. Dinanzi all’assassinio della giovane, però, il rione ha rinnegato le regole della strada e chi ha visto ha parlato, concorrendo a ricostruire agli inquirenti le fasi salienti dell’accaduto che hanno consentito di dare un volto e un nome all’assassino: Giuseppe Musella, 28 anni, il fratello con il quale Ylenia condivideva la casa e la quotidianità. L’unico familiare rimasto in libertà. Subito dopo l’omicidio della 22enne, Giuseppe Musella si è reso irreperibile, le ricerche sono tuttora in corso e gli inquirenti auspicano di rintracciarlo per raccogliere la sua versione e soprattutto attribuire un movente all’omicidio di Ylenia.
Secondo i vicini e gli abitanti del rione Conocal di Ponticelli, le liti tra i due erano frequenti negli ultimi tempi, ma nessuno avrebbe mai immaginato che quelle incomprensioni potessero sfociare in un omicidio.
Uno scenario, quello in cui s’incastona l’ennesimo episodio di violenza domestica sfociato nel sangue che suona un campanello d’allarme, l’ennesimo, circa la necessità di prevedere misure più concrete e continuative a supporto e tutela dei figli dei detenuti, soprattutto se orbitano in un contesto familiare così saldamente radicato nel mondo camorristico.
Un episodio che suona un campanello d’allarme, l’ennesimo, circa lo stato di abbandono e degrado in cui versa il parco Conocal di Ponticelli: il rione più giovane d’Europa, probabilmente perché omicidi ed arresti conferiscono un contributo determinante in termini di abbassamento dell’età media della popolazione residente. La lunga sfilza di nomi e di storie di giovani morti uccisi nel rione Conocal, prima di compiere 30 anni, ben spiega la protratta e dilagante assenza dello Stato ad ampio raggio.
Nel rione Conocal di Ponticelli le leggi dello Stato indietreggiano, a vantaggio delle “leggi della strada”. In un rione dove regna “la legge del più forte” e le forze dell’ordine latitano, le logiche violente tendono naturalmente a prendere il sopravvento, proprio come tristemente sottolinea l’omicidio di Ylenia Musella: uccisa a 22 anni con una coltellata alla schiena, ripetutamente vilipesa dalle immagini proposte e riproposte dai media e che esibiscono in bella mostra il suo corpo curato e longilineo, accentuato dalle tute attillate che amava indossare quando andava a ballare in discoteca e che adesso vengono ostentate come una sorta di “foto-spot”, utile a prestare il fianco all’ennesima narrazione maschilista e fuorviante che sta già sortendo conseguenze vergognose. Decine di commenti in coda agli articoli pubblicati sui social network, additano la vittima come “una poco di buono”, tantissimi gli insulti sessisti e finanche le giustificazioni: “pare che la ragazza facesse attività illecite con altri uomini e il fratello non approvava”, l’apoteosi della contronarrazione che impazza in queste ore, legittimata dalla provenienza da una famiglia in odore di camorra, seppure non emergano riscontri in merito all’inserimento della 22enne negli affari illeciti dei familiari.
Mentre il fratello, sospettato e attualmente ricercato, viene “protetto” dai media che si guardano bene dal pubblicarne una foto, sul cadavere di Ylenia si continua impietosamente a banchettare.











