l 2 febbraio 2010 la provincia di Napoli fu scossa da un fatto di sangue che ancora oggi resta simbolo della brutalità della criminalità organizzata. Gianluca “Zendark” Cimminiello, 31 anni, tatuatore di Casavatore, fu ucciso davanti al suo negozio di tatuaggi per un motivo all’apparenza banale: una foto pubblicata su Facebook che lo ritraeva con il calciatore Ezequiel Lavezzi, allora attaccante del Napoli e idolo dei tifosi.
Secondo gli accertamenti della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, tutto ebbe inizio quando Cimminiello pubblicò un fotomontaggio con Lavezzi sul suo profilo Facebook. La foto, che lo mostrava con il calciatore davanti al suo studio “Zendark Tattoo”, destò l’interesse e l’invidia di un collega tatuatore, Vincenzo Donniacuo, noto come “Enzo il Cubano”, titolare di un altro negozio a Melito.
Donniacuo, irritato dal successo mediatico dell’immagine e geloso dell’attenzione che suscitava, segnalò l’episodio a esponenti del clan camorristico Amato-Pagano. In un primo momento, un gruppo di affiliati si recò nel laboratorio di Cimminiello con l’intenzione di “dargli una lezione”. Tuttavia, Gianluca, esperto di arti marziali, riuscì a difendersi e a mettere in fuga gli aggressori.
Tre giorni dopo, però, la vendetta fu portata a termine. Un uomo, identificato poi come Vincenzo Russo, si presentò davanti allo studio di Cimminiello. Dopo averlo chiamato per nome, gli sparò ripetutamente a distanza ravvicinata. Le indagini hanno poi ricostruito che Russo fece fuoco tre volte, colpendo mortalmente il tatuatore prima alla spalla e poi al torace, assicurandosi che la vittima non sopravvivesse.
Gianluca, originario del Rione Berlingieri tra Secondigliano e San Pietro a Patierno, aveva trasformato la sua passione per i tatuaggi in una professione. Aveva aperto il proprio laboratorio a Casavatore, dove si dedicava con entusiasmo e dedizione al suo lavoro, diventando ben presto un punto di riferimento per molti appassionati.
Era rispettato nel quartiere e descritto da amici e familiari come un giovane onesto e laborioso, estraneo al mondo della criminalità. La foto con Lavezzi, più che testimoniare un legame professionale, rappresentava per lui semplicemente un gesto di ammirazione nei confronti di un personaggio celebre tatuato.
Le indagini portarono all’arresto di Vincenzo Russo, ritenuto l’esecutore materiale dell’omicidio. Nel 2016 Russo fu condannato all’ergastolo per omicidio aggravato dalla matrice mafiosa. Successivamente la Corte d’Assise di Napoli estese l’ergastolo anche ai mandanti e agli organizzatori del delitto, riconoscendo l’aggravante dell’azione compiuta per agevolare l’associazione camorristica legata al clan degli Scissionisti.
La vicenda suscitò grande commozione e attenzione, con la famiglia di Gianluca, in particolare sua sorella Susy, impegnata nel ricordare la memoria del fratello e chiedere giustizia per questo episodio che era apparso subito assurdo per la sua trivialità come causa scatenante.
La storia di Gianluca Cimminiello resta una delle vicende più emblematiche di vittime innocenti della camorra nel corso degli ultimi anni. La sua morte, determinata da una gelosia professionale degenerata in vendetta camorristica, ha fatto emergere come anche gesti quotidiani e apparentemente innocui possano trasformarsi in motivo di tragedia in contesti di illegalità e potere delle organizzazioni criminali.
Sul caso si è sviluppata anche una profonda riflessione sociale sulla violenza della criminalità organizzata, sulla necessità di tutela delle vittime innocenti e sull’importanza di dare voce alle storie di chi ha perso la vita senza alcun legame con attività criminali.











