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Massimo della pena per tre affiliati al clan De Micco di Ponticelli, grazie alla testimonianza della “giornalista”

Luciana Esposito di Luciana Esposito
27 Gennaio, 2026
in Cronaca, In evidenza
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Massimo della pena per tre affiliati al clan De Micco di Ponticelli, grazie alla testimonianza della “giornalista”

Il ras dei de Micco Fabio Riccardi

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I tre affiliati al clan De Micco, arrestati ad ottobre del 2024 con l’accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso, probabilmente sarebbero stati assolti, senza la testimonianza di Luciana Esposito, semplicemente “la giornalista” per gli abitanti del quartiere Ponticelli.

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Un iter giuridico che prese il via dalla denuncia di un abitante del quartiere, dedito alla pratica di truffe “particolarmente ingegnose” e che per questo, secondo i vertici del clan egemone a Ponticelli, era tenuto a versare una tangente nelle casse dell’organizzazione, al pari di tutti gli altri soggetti avvezzi alla pratica di affari illeciti. Per questo motivo ad ottobre del 2024 sono scattate le manette per il ras Fabio Riccardi – secondo il collaboratore di giustizia Giovanni Braccia, reggente del clan De Micco all’epoca dei fatti – e per il fedelissimo del boss Marco de Micco, Gennaro La Rocca e Veneruso alias “Pecorella”, anche lui legato ai “Bodo”.

Durante i primi mesi del 2025, in seguito all’omicidio di Enrico Capozzi – il 37enne che aveva denunciato e fatto condannare per estorsione il ras dei De Micco Antonio Nocerino – la persona che ha denunciato i tre affiliati ai De Micco ha iniziato a ricevere intimidazioni e minacce, affinché ritirasse la querela. Un monito ulteriormente imbruttito dall’omicidio di Capozzi e che ha letteralmente gettato nel terrore il giovane, all’epoca detenuto ai domiciliari e che pertanto ha chiesto aiuto alla giornalista Luciana Esposito. Seppure, la direttrice di “Napolitan.it” nello stesso periodo avesse manifestato pubblicamente la volontà di dire addio alla camorra di Ponticelli, a sua volta consapevole del clima di forte dissenso che rischiava di incidere sulla sua incolumità, non ha disatteso le aspettative del giovane e si è adoperato per aiutarlo. Ciononostante, quel ragazzo ha deciso comunque di ritirare la querela.

Anche i timori della giornalista hanno trovato ampi riscontro nella realtà e a maggio del 2025 le è stata assegnata la scorta. Appena due mesi dopo, lo scorso luglio, il querelante ha spiegato in aule le motivazioni per le quali aveva deciso di ritirare la sua denuncia, dichiarando che la dipendenza dal gioco d’azzardo lo aveva reso poco lucido e confuso e pertanto, dopo aver intrapreso un percorso terapeutico presso il Sert, era intenzionato a voltare pagina, senza fare un torto ai vecchi amici d’infanzia. Il giudice ha voluto vederci chiaro e ha richiesto di ascoltare la giornalista come persona informata sui fatti, consentendole di ricostruire la vera motivazione alla base di quel dietrofront: le minacce ricevute per indurlo a ritrattare, unitamente a un’offerta economica. Una sorta di risarcimento che però avrebbe rifiutato.

Il processo, celebrato con il rito abbreviato, si è concluso lo scorso 31 ottobre e ha visto i tre imputati incassare il massimo della pena: sei anni per il ras Fabio Riccardi, sei anni per La Rocca e Veneruso.

Un verdetto che concorre a minare il destino giudiziario del ras Fabio Riccardi in particolare, imputato anche nel processo relativo al sequestro del fratello del boss dei De Luca Bossa Francesco Audino. Qualora fossero decadute le accuse a suo carico, dopo il ritiro della querela, per lui poteva aprirsi uno spiraglio, potendo provare a giocarsi il tutto per tutto nel corso dell’altro processo. Seppure, il destino gli abbia tirato un brutto scherzo: quando gli fru notificato il provvedimento che disponeva il carcere anche per Alessio La Volla, Gesualdo Amitrano e Giuseppe Perrella – tutti accusati di aver partecipato al sequestro di Audino – le uniche prove a loro carico erano rappresentate dalle immagini delle videocamere del bar di Cercola dove gli indagati si recarono per prelevare Audino, unitamente ai dialoghi intercettati. Tuttavia, le indagini presero il via tempestivamente, grazie alla segnalazione che da uomo libero Giovanni Braccia aveva inoltrato alla giornalista Luciana Esposito, raccontandole quanto era avvenuto la sera precedente.
Allo stato attuale, alla luce della decisione di Braccia di collaborare con la giustizia – in seguito al suo arresto avvenuto ad ottobre del 2024 – l’ex fedelissimo dei De Martino è stato in grado di confermare agli inquirenti le circostanze in cui è avvenuto il sequestro del fratello del boss rivale, fornendo anche in fase processuale un prezioso supporto alla giustizia.

Un colpo di scena inaspettato, destinato a incidere pesantemente sulla sorte dell’iter giudiziario in corso, ma anche sul destino dei clan operanti nell’area orientale di Napoli e non solo.

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