Sono passati dieci anni dalla scomparsa e dall’uccisione di Giulio Regeni, il ricercatore italiano sequestrato al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato senza vita il 3 febbraio successivo. Un decennio di indagini, depistaggi, silenzi e ostacoli diplomatici ha però fatto emergere alcuni punti fermi, oggi difficili da smentire.
Il sequestro e le torture
Le indagini della Procura di Roma hanno accertato che Giulio Regeni non è morto per un’aggressione casuale. Le lesioni riscontrate sul corpo – fratture multiple, ustioni, ferite da lama e segni di torture protratte nel tempo – indicano un sequestro durato diversi giorni, compatibile con le modalità operative degli apparati di sicurezza egiziani.
Il ruolo dei servizi di sicurezza egiziani
Uno degli elementi centrali emersi è il coinvolgimento della National Security egiziana. Secondo gli inquirenti italiani, Regeni sarebbe stato fermato, interrogato e torturato perché ritenuto sospetto per la sua attività di ricerca sui sindacati indipendenti egiziani, tema considerato sensibile dal regime del presidente al-Sisi.
Quattro ufficiali dei servizi sono stati formalmente imputati per sequestro di persona, torture e omicidio.
I depistaggi
Nel corso degli anni, le autorità egiziane hanno fornito ricostruzioni false e contraddittorie: dalla pista della rapina, alla banda criminale poi uccisa in un conflitto a fuoco, fino alla negazione di qualsiasi coinvolgimento statale. Tutte versioni smontate dalle prove raccolte dagli investigatori italiani.
Le prove investigative
Tra gli elementi ritenuti decisivi figurano: le analisi medico-legali italiane; le testimonianze raccolte al Cairo; i tabulati telefonici che collocano Regeni sotto controllo; le ricostruzioni dei movimenti degli imputati nei giorni del sequestro.
Questi elementi hanno portato la magistratura italiana a una conclusione netta: Giulio Regeni è stato vittima di un’operazione illegale di apparati statali egiziani.
Il processo in Italia
Nonostante il mancato riconoscimento degli imputati da parte dell’Egitto, nel 2023 è stato avviato in Italia un processo storico, che afferma un principio fondamentale: i crimini contro i diritti umani possono essere perseguiti anche oltre i confini nazionali.
Una verità giudiziaria ancora incompleta
A dieci anni dall’omicidio, la verità investigativa è ormai delineata, ma la verità giudiziaria definitiva non è stata ancora pronunciata. Restano aperte le ferite di una famiglia che chiede giustizia e di un Paese che non ha mai smesso di domandare trasparenza.
Giulio Regeni non era una spia, non era un provocatore: era un ricercatore. Ed è proprio per questo che la sua morte continua a interrogare le coscienze, ricordando che la ricerca, la libertà e i diritti umani non dovrebbero mai costare la vita.










