Giulio Regeni era un giovane ricercatore italiano, nato a Trieste nel 1988, brillante studioso di relazioni internazionali e dottorando all’Università di Cambridge. Parlava cinque lingue, aveva vissuto tra Europa e Medio Oriente e nutriva una profonda passione per il mondo arabo, che studiava con rigore accademico e rispetto umano.
Nel 2015 si trovava al Cairo per una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani, un tema estremamente sensibile in un Paese governato dal regime di Abdel Fattah al-Sisi, dove ogni forma di organizzazione autonoma viene percepita come una minaccia alla sicurezza dello Stato. Giulio non era una spia, come inizialmente insinuato, ma un ricercatore che raccoglieva interviste e dati per il suo lavoro universitario.
Il 25 gennaio 2016, anniversario della rivoluzione egiziana del 2011, Giulio Regeni scompare. Il suo corpo verrà ritrovato il 3 febbraio, lungo l’autostrada che collega Il Cairo ad Alessandria. È martoriato: segni evidenti di torture prolungate, fratture, ustioni, ferite da arma da taglio. Un omicidio brutale, incompatibile con una rapina o un delitto comune.
Fin da subito, le indagini italiane indicano una pista chiara: Giulio Regeni è stato sequestrato, torturato e ucciso da apparati di sicurezza egiziani. Una tesi supportata da perizie medico-legali, intercettazioni, testimonianze e ricostruzioni investigative. La Procura di Roma ha individuato quattro ufficiali della National Security egiziana come responsabili del sequestro e dell’omicidio.
Perché Giulio Regeni è stato ucciso?
Perché studiava un tema ritenuto “pericoloso” dal regime. Perché parlava con lavoratori, attivisti e sindacalisti. Perché, in un sistema autoritario, la ricerca indipendente viene scambiata per sovversione. Giulio è diventato un bersaglio non per ciò che faceva di nascosto, ma per ciò che faceva apertamente: studiare, capire, raccontare.
Da allora, l’Egitto ha ostacolato sistematicamente la ricerca della verità, negando la collaborazione giudiziaria, producendo versioni contraddittorie, fino a impedire la presenza degli imputati in aula. Nonostante questo, nel 2023 il processo è stato avviato in Italia, un atto senza precedenti che ribadisce un principio fondamentale: i diritti umani non conoscono confini.
Giulio Regeni è diventato il simbolo di una battaglia che va oltre la sua tragica morte: quella per la verità, la giustizia e la libertà di ricerca. A distanza di anni, una domanda resta ancora senza risposta definitiva, ma non senza responsabilità: chi ha ucciso Giulio Regeni lo ha fatto perché poteva farlo, contando sull’impunità.










