“Io sono nato qui, questo è il mio Paese, io sono italiano”. Sono le parole che Salim El Koudri, il 31enne accusato di avere travolto con l’auto sette persone nel centro di Modena, avrebbe confidato al suo avvocato durante un colloquio in carcere. Una frase che prova a raccontare il conflitto interiore e il disagio emerso dopo la tragedia avvenuta il 16 maggio scorso nel cuore della città emiliana.
La tragedia nel centro di Modena
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, El Koudri avrebbe lanciato la sua Citroen C3 contro la folla in pieno centro cittadino, investendo diverse persone. Il bilancio è pesantissimo: sette feriti, alcuni in condizioni gravissime, una donna rimasta mutilata dopo l’impatto.
Dopo aver travolto i passanti, il 31enne avrebbe anche accoltellato alcune persone che tentavano di fermarlo.
Per lui la Procura contesta accuse gravissime, tra cui strage e lesioni aggravate.
“Sapevo che quel giorno sarei morto”
Fin dalle prime ore successive all’arresto, le dichiarazioni rese al legale hanno mostrato un quadro confuso e inquietante.
“El Koudri mi ha detto: ‘Sabato sono uscito di casa sapendo che dovevo morire’”, ha raccontato l’avvocato Fausto Gianelli.
Secondo il difensore, il 31enne avrebbe parlato di forte disagio personale, difficoltà lavorative, ossessioni, convinzioni persecutorie.
In carcere avrebbe chiesto una Bibbia, di incontrare un sacerdote e di essere sottoposto a una terapia farmacologica con sedativi.
“Dovevo fare qualcosa per i miei genitori”
Tra i passaggi più significativi emersi nel colloquio con il legale ci sono quelli legati alla famiglia e al peso delle aspettative personali.
Secondo quanto riferito dall’avvocato, El Koudri avrebbe detto:
“I miei genitori hanno fatto tanti sacrifici per farmi studiare e io dovevo fare qualcosa, realizzarmi”.
Il 31enne, nato in Italia da famiglia di origine marocchina e cittadino italiano dal 2009, avrebbe vissuto con forte pressione il fallimento professionale e le difficoltà nel trovare stabilità lavorativa.
L’ossessione del “malocchio”
Un altro elemento emerso durante gli interrogatori riguarda la convinzione dell’uomo di essere vittima di una sorta di maledizione.
Secondo il suo avvocato, El Koudri era convinto che qualcuno gli avesse fatto il “malocchio” e che questo gli impedisse di trovare lavoro e realizzarsi.
Frasi che gli investigatori stanno valutando anche sotto il profilo psichiatrico.
Il nodo della salute mentale
La difesa punta infatti a fare chiarezza sulle condizioni psicologiche del 31enne.
L’avvocato Gianelli ha parlato apertamente della possibilità di richiedere una perizia psichiatrica, sostenendo che il suo assistito apparirebbe “non lucido” e in stato confusionale.
Tuttavia, secondo quanto trapelato dagli atti giudiziari, il Gip avrebbe evidenziato come al momento non vi siano elementi sufficienti per collegare direttamente il gesto a una patologia psichiatrica tale da escludere la responsabilità penale.
Nessuna pista terroristica
Nelle ore successive all’attacco si era parlato anche di una possibile matrice estremista, soprattutto dopo il ritrovamento di alcune frasi offensive contro i cristiani in vecchie comunicazioni attribuite all’uomo.
Le indagini però, almeno per ora, non avrebbero fatto emergere collegamenti concreti con ambienti jihadisti o processi di radicalizzazione organizzata.
Gli investigatori stanno invece concentrando l’attenzione sul disagio personale, sull’isolamento sociale, sulle condizioni psicologiche, sulle difficoltà economiche e lavorative vissute dal 31enne.
Una città ancora sotto shock
A distanza di giorni, Modena resta profondamente colpita da quanto accaduto.
La violenza improvvisa dell’attacco ha riaperto il dibattito sulla salute mentale, sulla prevenzione del disagio psichico, sulla gestione dei soggetti fragili, sul crescente isolamento sociale di molti giovani adulti.
Intanto El Koudri resta detenuto in carcere mentre proseguono le indagini della Procura per ricostruire ogni dettaglio della giornata del 16 maggio e chiarire definitivamente il movente dell’attacco.











