Bakari Sako aveva 35 anni ed era originario del Mali. Da circa dieci anni viveva in Italia, dove aveva costruito la sua quotidianità fatta di lavoro, sacrifici e speranze. La sua vita si è spezzata all’alba del 9 maggio tra le strade della città vecchia di Taranto, dove è stato ucciso durante una brutale aggressione attribuita a una baby gang composta da giovanissimi.
Secondo le ricostruzioni investigative, Bakari stava andando a lavorare nei campi in bicicletta, come faceva ogni mattina. Prima di diventare bracciante agricolo aveva svolto anche altri lavori saltuari, tra cui quello di cameriere. Chi lo conosceva racconta di un uomo tranquillo, riservato, lontano da qualsiasi contesto criminale, che cercava semplicemente di mantenersi dignitosamente.
Dietro il nome finito nelle cronache giudiziarie c’era una storia comune a quella di tanti migranti arrivati in Italia inseguendo una possibilità di futuro. Anni di lavoro duro, spesso precario, tra turni massacranti e stipendi bassi, vissuti con la speranza di costruire qualcosa di stabile lontano dal proprio Paese d’origine.
Secondo alcune testimonianze raccolte dopo la sua morte, Bakari stava anche aspettando un figlio. Un dettaglio che rende ancora più devastante il peso umano di questa vicenda.
La notte dell’aggressione, secondo gli investigatori, tutto sarebbe nato da un diverbio per motivi banali. Il branco lo avrebbe inseguito e colpito con violenza fino a ferirlo mortalmente. Nonostante le gravissime ferite, il 35enne sarebbe riuscito a trascinarsi fino a un bar per chiedere aiuto prima di accasciarsi a terra.
Per il suo omicidio sono stati fermati quattro minorenni e un ventenne, accusati di omicidio aggravato dai futili motivi. Le indagini hanno restituito un quadro inquietante di violenza giovanile incontrollata, ma soprattutto hanno riportato al centro una vittima innocente che stava semplicemente andando a lavorare.
Nel quartiere dove è stato ucciso, in queste ore, sono comparsi fiori, biglietti e messaggi lasciati da residenti e bambini. Un gesto silenzioso che racconta meglio di qualsiasi parola ciò che resta dopo una tragedia simile: il vuoto lasciato da una vita spezzata senza motivo.
Bakari Sako non era un simbolo né un caso mediatico. Era un uomo che si svegliava prima dell’alba per lavorare. E proprio mentre cercava di raggiungere il suo posto nei campi è stato travolto da una violenza assurda, cieca e disumana che continua a interrogare l’intero Paese.











