A distanza di due anni dalla sua morte, il giudice del lavoro di ha stabilito che il licenziamento di un dipendente della grande distribuzione era illegittimo e sproporzionato. Una decisione che arriva troppo tardi per l’uomo, ma che per la famiglia rappresenta una forma di giustizia simbolica.
La vicenda riguarda Paolo Michielotto, 55 anni, dipendente di un punto vendita Metro di Marghera, nel Veneziano.
Secondo quanto ricostruito, l’uomo era stato accusato di aver fatto risparmiare alcuni clienti sulle spese di spedizione, inserendo prodotti non presenti in magazzino per raggiungere la soglia minima di ordine. Il presunto “danno” contestato dall’azienda era di circa 280 euro.
Per questo motivo era stato prima sospeso e poi licenziato nel luglio 2024.
Pochi giorni dopo il provvedimento, Michielotto si è tolto la vita.
Una tragedia che ha spinto la famiglia a portare avanti la battaglia legale, con il sostegno dei sindacati, per ottenere una verifica sulla legittimità del licenziamento.
Il Tribunale del lavoro di Venezia ha ora stabilito che il licenziamento non era giustificato, definendolo una sanzione eccessiva rispetto ai fatti contestati.
Secondo il giudice, la condotta dell’uomo avrebbe potuto al massimo essere punita con misure disciplinari meno gravi, non con la perdita del posto di lavoro.
L’azienda è stata inoltre condannata a risarcire la famiglia con 15 mensilità di stipendio.
Per i familiari e per i rappresentanti sindacali, la decisione ha un valore soprattutto morale.
La sentenza viene descritta come un atto che “restituisce dignità a un lavoratore onesto”, anche se non può cancellare la tragedia avvenuta.
Il sindacato ha sottolineato come la vicenda rappresenti un monito sui rischi di provvedimenti disciplinari percepiti come ingiusti o sproporzionati.
Il caso ha acceso il dibattito sul rapporto tra aziende e lavoratori, soprattutto quando le contestazioni disciplinari hanno conseguenze estreme.
Al centro resta una storia dolorosa: un lavoratore con oltre vent’anni di servizio, un licenziamento contestato e una sentenza arrivata solo dopo la sua morte.
Una “vittoria giudiziaria” che, come sottolineano in molti, arriva con un peso umano impossibile da ignorare.











